Alle assonanze si spinse più presto ch’egli stesso forse non pensava quando scrisse queste parole; poichè il 12 dello stesso mese di aprile, in cui uscì nel Fanfulla della Domenica la romanza tradotta dal francese antico, mi mandò una parte, e il giorno di poi il resto, della romanza spagnuola Il Passo di Roncisvalle, ch’è appunto ad assonanze.

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Con legge del 3 luglio 1887 fu istituita dal Parlamento italiano una cattedra dantesca nella Università di Roma. Non mai istituzione fu, a giudicarne dai resultati, più inutile, a giudicarne dagli intendimenti, più sbagliata di questa.

Quanto alla inutilità, basti il fatto che, dopo quindici anni che fu istituita, la cattedra dantesca ancora non c’è. Come? Perchè? — Forse in quindici anni il Governo non è stato capace a trovare fra i letterati italiani uno degno di occuparla? Eppure non c’è stata mai come in questi anni tanta abbondanza di lettori ed interpreti della Divina Commedia. Anche, diciamolo, perchè è la verità; gli studi sul nostro sommo poeta hanno oggi fra noi molti e degni cultori. Come dunque? — Ma i savi governanti avevano istituita la cattedra dantesca per darla al Carducci, e il Carducci non la volle. — Già, è vero: i savi governanti volevano dare la cattedra al Carducci, perchè ignoravano ciò che il Carducci aveva scritto su Dante: il che dimostra quanto umile fosse la loro cultura.

Il povero Alighieri ebbe sempre poca fortuna coi politicanti dell’Italia nuova: tutte le volte ch’essi vollero occuparsi di lui, non ne imbroccarono una. Istituirono nel 1860 una cattedra dantesca nell’Istituto Superiore di Firenze, per darla al buon Padre Giuliani, e il meglio che poterono fare, quando egli morì, fu di lasciarla vacante; celebrarono nel 1865 il centenario dantesco, e mai non furono dette e fatte tante sciocchezze quante allora nel nome di Dante; istituirono la cattedra dantesca a Roma, e (ciò che ancora è il meno peggio) la cattedra dantesca, come abbiamo detto, non c’è; pensano ad inalzare un monumento a Dante in Roma, e ci pensano dopo più di trent’anni che l’Italia è a Roma, ci pensano dopo che l’Imperatore di Germania ha voluto, e forse perchè ha voluto, che a Roma sorgesse una statua di Goethe, ci pensano presentando un disegno di legge alla Camera nè più nè meno che se si trattasse di mettere un nuovo balzello. L’Italia ufficiale è stata sempre di una volgarità desolante, incapace di un pensiero alto, di un sentimento generoso, di un forte entusiasmo; ed anche, diciamo la dura parola, molto ignorante.

La cattedra dantesca fiorentina, finchè durò, fu una innocente Accademia destinata a far passare qualche ora della settimana alle signore che non sapevano come ammazzare il tempo. Tra le visite alle amiche per fare un po’ di maldicenza, e un giro per via Tornabuoni e via Calzaioli per dare un’occhiata alle ultime novità delle vetrine e mangiare da Giacosa due pasticcini, mezz’ora di chiacchiere del Padre Giuliani era una benedizione. Si arrivava all’ora del déjeuner senza avvedersene.

Ma il senno del nostro Parlamento volle alla cattedra dantesca romana dare un significato e uno scopo politico, volle farne la bandiera e lo scudo della unità d’Italia, una specie di baluardo contro l’invadente clericalismo, una specie di pulpito, in permanenza, tuonante contro le dottrine della Chiesa cattolica e del Vaticano. E per questa specie di predicazione si scelgono come testo le opere dell’Alighieri che fu profondamente cattolico, si va a prendere come espositore il Carducci che conosce bene il suo Dante, che volle sempre essere un professore di lettere, non un predicatore.

Combattere il clericalismo! Niente di più meritorio per un Parlamento e per un Governo veramente italiani: e mille modi c’erano e ci sono di combatterlo efficacemente con delle buone leggi, con una savia amministrazione, e innanzi tutto coll’avere per guida nei propri atti la rettitudine e la sincerità, non la menzogna e l’ipocrisia, che sono le arti dei clericali. Ma credere di combattere il clericalismo stipendiando un professore più o meno coscienzioso, il quale nel nome di Dante vada espettorando due o tre volte la settimana, in un’aula della Sapienza, delle declamazioni anticattoliche per eccitare la gioventù a mangiarsi un prete a colazione e a desinare un gesuita, è non solo una sciocca illusione, ma una mancanza di rispetto a Dante e una offesa al professore onesto cui per avventura si offrisse quello stipendio.

Per tutte queste ragioni il Carducci rifiutò la cattedra. E sia perchè tutti quelli che l’avevano proposta e glie l’avevano offerta, avevano inteso di fargli onore, sia perchè amici suoi rispettabili e degni desideravano che l’accettasse, egli espresse il suo rifiuto in termini molto cortesi, con una lettera ad Adriano Lemmi, che fu pubblicata nella Gazzetta dell’Emilia del 23 settembre 1887, e che ora può leggersi a pag. 347 del dodicesimo volume delle Opere. E poichè la cattedra era stata creata per lui, e per fare un po’ di bum bum, nessun ministro di buon senso (e ce ne furono) ebbe poi il coraggio di correggere l’errore della istituzione, o sopprimendo la cattedra, o affidandone magari l’insegnamento a qualche valoroso dantista (e ce ne sono anche fra i giovani), il quale illustrasse filologicamente, criticamente, storicamente le opere dell’Alighieri. No, si voleva un nome famoso e il bum bum. Per i rappresentanti dell’Italia ufficiale ciò che importa sono le parole, non le cose. Mettere il poeta di Satana a commentare Dante, contro il Vaticano. Ecco la gran trovata.

Dopo tutto ciò, il Governo nella relazione che precede il disegno di legge per il monumento a Dante ha il coraggio di citare come un grande atto dell’Italia nuova la istituzione della cattedra dantesca a Roma. Nessuna meraviglia se di qui a quindici anni un’altra relazione per un altro disegno del genere, citerà a gloria dell’Italia ufficiale la legge del monumento a Dante, che (speriamo) non si farà.