Dante ha il suo busto al Pincio, e basta: che ragione c’è d’innalzarlo all’onore d’un monumento in Roma, mettendolo alla pari di Marco Minghetti e di Quintino Sella?
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Torniamo alla cattedra dantesca e al Carducci. Quella che ho detto fu la ragione principale della sua rinunzia; ma ne ebbe anche altre. Io pure, per il desiderio di averlo vicino, lo avevo consigliato di accettare, dicendogli: «Quando avrai accettato, farai lezione di che e come ti parrà.» Egli a dì 8 ottobre mi rispose: «Le ragioni che addussi (nella lettera al Lemmi) erano per me validissime. Ma poi altre ne ho d’ordine privato. Sono stanco, stanco, stanco, di fare il professore; che non è poi un mestiere per cui abbia avuto mai vocazione. Ricominciarlo a Roma, ora che son quasi vecchio e del tutto disilluso, mi avrebbe fiaccato e reso più triste e scontento d’avere accettato. Preferisco il pensiero solitario e gli studi laboriosi in biblioteca e nel mio gabinetto alla comunicazione col pubblico, che insomma non amo. E sono più selvatico e ombroso ora che non fossi da giovine. Avvezzo come sono alla cattedra di Bologna, non posso contenere un’irritazione nervosa, quando ci vado. Figurati quello mi sarebbe avvenuto a Roma. Sarei morto arrabbiato prima del tempo. È inutile: quando devo andare a presentarmi a un uditorio che non sia di giovani a me conosciuti, mi pare che vengano a sentirmi come una prima donna, o a vedermi come un ballerino, e mi vien voglia di trattarli come, a mio parere, si meritano. Un po’ è paura, un po’ è superbia.»
Il buon Coppino, allora ministro, tanto per dissimulare il fiasco della istituzione della cattedra dantesca, pensò di sostituirvi un corso di letture, e pregò il Carducci di cominciarle lui. Il Carducci per cortesia annuì, e fece la prima l’8 gennaio 1888. Le letture non ebbero poi gran seguito, ma quella fu un avvenimento letterario di grande importanza, al quale il Ministero dell’istruzione, l’Università romana, e in genere il così detto mondo ufficiale, rimasero quasi interamente estranei.
Il Carducci lesse il discorso L’opera di Dante, nel quale riaffermando il suo concetto circa le idee politiche dell’Alighieri, lo chiarì meglio, e quasi direi lo completò con queste parole: «Non è il caso di cercare nelle massime monarchiche dell’Alighieri un principio all’unificazione d’Italia, se non in quanto questa fosse compresa nell’unità del Cristianesimo. L’amor patrio e l’idea nazionale fiammeggiano nel sentimento che il poeta ebbe profondissimo delle glorie e delle miserie d’Italia, nel sentimento dell’Impero come istituzione romana, come diritto italico.»
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«Il libro di Monarchia è l’ultima scolastica espressione del classicismo politico medioevale; e cercarvi ciò che oggi dicesi lo stato pagano e lo stato ateo sarebbe fare un’ingiuria all’Alighieri secondo le sue idee. Ma gloriamoci — e non è poco — altamente, sinceramente e securamente gloriamoci, che Dante è il maestro nostro ed il padre nella conservazione della tradizion romana del rinnovamento d’Italia, ch’egli fu il testimone e il giudice nei secoli, il più puro e tremendo giudice e testimone, del malgoverno della gente di chiesa e della necessità morale di averlo abbattuto.»[61]
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Due altri importanti discorsi fece in quello stesso anno (1888) il Carducci; il dì 8 aprile la lettura su Jaufrè Rudel in Roma alla Palombella, il 12 giugno la orazione su Lo studio di Bologna, celebrandosi l’ottavo centenario di quella Università. Fu una festa mondiale e nazionale al tempo stesso; mondiale perchè festa della cultura alla quale partecipò tutto il mondo civile, nazionale perchè Bologna in quel giorno, dopo 29 anni che vide cacciata l’ultima volta e per sempre la signoria straniera, inaugurò il monumento a Vittorio Emanuele, al fondatore con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi della nazione italiana.
La parola del Carducci suonò alta e degna della solenne occasione.