— Bene è.
L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.
Il servo entrò nella biblioteca.
— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.
— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi siede.
Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose relative alla patria e a te.»
Cicerone rimase stupito.
Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione, ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla. L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.
Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che, dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un ferro.
Fulvia entrò.