— Che pensi tu....?

— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito scandalo.

Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che: — Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il segreto.

Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio ascese il cocchio in modo sì virile, che contrastava troppo alla candida stola e alla corona di rose.

La silenziosa Roma risuonò poco dopo del sollecitato cocchio, il quale si fermò innanzi al palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della Suburra.

XII. LA FESTA DELLA DEA BONA.

Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva sul Palatino. Era di costruzione etrusca; veduto all’esterno pareva una dimora cadente in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a ripararlo; l’avrebbe anzi smantellato in guisa da farlo parere una rovina ancor più illustre, assidua commemoratrice ai Romani della vetustà del suo casato. Ma varcato il pronao, anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi, tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, diremo, la luce della pompa orientale e meridionale. La madre Grecia, e la Grecia grande, e l’Asia, e l’alto Egitto, quasi a rappresentare là dentro l’assorbimento romano, e la divoratrice conquista, sfoggiavano tutto quello che l’arte, e il lusso, e la corruzione avevano trovato nelle patrie dell’alloro e del non ancora rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro in cerchio; a quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari; ma l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.

Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il cuore dai desiderj tentatori.

Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo dei doni immortali della divinità.

Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, e Mellario il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare che quelle donne stessero innanzi alla dea, velate di devota incontinenza, preparando così la frase al poeta futuro.