Quando la vestale damiatrice s’inginocchiò davanti al simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono; e con esse quante matrone e spose e fidanzate e fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono lustro; pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime accensioni.
Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della casa Imperiosa. Colla chioma biondissima e l’alba pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la cæruleam pubem.
Ma la damiatrice pronunciò la preghiera, maritandola ad una antichissima cantilena del Lazio:
«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso nella propria luce; inspira e consiglia e sgomenta il senso delle mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata Roma; e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo romano.»
Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si ribellavano all’alto concetto della preghiera.
Quando tacquero i canti, la damiatrice s’accinse a compiere il sagrificio che chiamavasi Damium, da Damia, altro nome che teneva la dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. Questa immolò alquante galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel Mellario altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne bevettero, e le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora vuotate e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il Mellario rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in lingua greca: Evviva il frutto di Bacco — e tosto cominciarono le danze bacchiche; e alquante donne, tra le più giovani e formose, e indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi in Mènadi e Tìadi e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è per ciò che agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze.
Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio severissimo, quasi disapprovasse quei danzanti cori, più che della dea, cultrici della troppo geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare perchè erano concessi dal rito biforme; nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli sguardi onde la suocera la teneva in soggezione. Se non che, a un certo punto, un’ancella s’accostò a lei, e, annunciandole la visita di una donna, la ritrasse fuori del Procinto.
— E chi è questa donna? chiese Pompea.
— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore e comprimi il grido, se mai nel vederla, tentasse prorompere dal tuo labbro.
— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?