— Che vuoi dire tu?
— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj e nelle accademie, tutti io condurrò, armati, a spaventare il Senato, quando mai facesse ingiustizia. Non son necessari i Viri, no, nè i veterani, nè i gladiatori a mettere Roma sottosopra. Ma noi dalla pretesta infantile basteremo. Vedranno allora i Romani qual cosa potrà o saprà fare il Padre della Patria.
Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso e Cicerone meditabondo gli tenne dietro collo sguardo.
— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì poi sommesso, ma Cesare insegna a costui l’arte degli ambidestri intrighi e delle fallacie indegne di così giovane età, e nel petto gli va già condensando l’ira ai futuri danni della patria. Oh Cesare! Silla ti avea conosciuto.
XVI. TERENZIA.
Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima Terenzia, perchè Cicerone volente o nolente, la tramandò ai posteri. Era donna di belle forme e forti; ma le linee del volto, sebbene giuste, non erano attraenti; e l’occhio rivelava intelligenza di donna volgare, e assai più fatta di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa gloria di essere la moglie del grande oratore, del quale era fieramente gelosa, onde gli stava sempre presso e lo importunava, e guai se nei triclinii promiscui ei mostrasse alcuna deferenza per qualche altra donna romana. Nè solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava virtù nessuna in nessuno. Guai se alcuno le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi. Allorchè Cicerone, il quale era davvero un vir bonus, e, purchè a lui si concedesse il primo posto, era facilmente liberale di lodi, dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in un istante d’entusiasmo sincero, proclamò ad Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore Diodato che Cesare col tempo e persistendo sarebbe diventato il primo oratore di Roma, ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero.
Codesto amore fatto di ammirazione che essa portava a Cicerone, siccome non aveva nè modo, nè misura, nè buon giudizio, recava al grande oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli ingressi delle camere dove si raccoglievano i clienti, e ascoltava attenta tutto quello che dicevano gli amici che recavansi a visitar Cicerone, e poscia tempestava di rimproveri e di consigli e talora anche di minaccie il filosofo infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva; e per comprimere la tentazione di salire in furore, pensava intanto a qualcuna delle sue opere. Quante volte il De Oratore e il De Officiis lo salvarono dalle battaglie domestiche!
— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai ascoltare questo sfacciatissimo fanciullo.
Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e, continuando essa a parlare e a gridare, egli piegò il collo e volse gli occhi a terra, come chi è disposto a ricevere intero un acquazzone che imperversa.
— Io stessa percossi l’infame Clodio e con me donne più di cento, tanto che a lui convenne partire, anzi fuggire; fuggir scornato, flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque trovarsi in Interamna quando ciò avvenne. Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il Padre della Patria, vorrei davanti alla maestà del Senato, domandare all’empio da chi tenne tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere, perchè di quelle un uomo non può sanare in tre dì. E come hai tu sterminato i Catilinarj, devi sterminare così tutta la casa Clodia, e salvar Roma da questo giovane, che è il disonore dei patrizj, dei cavalieri, della toga e delle armi, perchè, appena ventenne, vi tien tutti in isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare gli è amico e lo lusinga e lo difende, Crasso gli dà danaro, tu tentenni al solito e più quando sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di quel suo sguardo inesplicabile. O è un dio costui, un dio più in su di Giove, onnipotente come il fato, o non so più chi mai egli possa essere. E c’è la impudentissima Quadrantaria, la sorella; quella che ti sobillò a ripudiarmi per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più impudente ancora del fratello, e per la quale si dovranno un giorno purgare le aure romane, e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le fanciulle di Roma, contaminate come furono dalla sola sua presenza.