Come quando per comprimere un dolore fisico, si sospinge il pensiero a sprofondarsi in quei subbietti che per consueto lo rapiscono, così Cicerone, intento com’era in quei giorni a dettare il Sogno di Scipione, intorno al quale ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e l’eleganza dello stile latino, riandava colla memoria quello che già aveva scritto, affannandosi nello studio di una perfezione che al suo gusto non mai contentabile pareva refrattaria. Però, risolvendosi per lui le parole di Terenzia in un rumore quasi privo di senso, riuscì anche questa volta a scansare un fracassoso diverbio.
E, come terminando di ripetere a memoria un brano del suo lavoro sublime, si alzò, e rivoltosi a Terenzia, ripetè con voce sonora quelle parole che stanno nel Sogno istesso: Ade animo et omitte timorem. E così detto, uscì, lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava pel silenzio di Cicerone.
Il più grande oratore e il più gran filosofo di Roma antica era uomo d’indole mite: la efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore multilatere, considerando gli uomini e gli eventi dalle faccie molteplici che gli si svolgevano innanzi, non stava mai fermo al suo proposito.
Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo gran scrutatore di caratteri, sapeva scoprir la vena dolce; però era incapace di odio. Negli uomini temperati alla più solida virtù, ei pur sapeva intravedere le occulte mire, e della virtù medesima sospettava la vanità. Catone, l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era segno alle sue perpetue celie. Bensì era devotissimo dell’amicizia, purchè la simpatia dell’ingegno e la scienza ne fossero il cemento. Cicerone è stato forse il primo gran personaggio dell’antichità che preannunciasse il tipo degli uomini moderni.
I Romani eran fatti di un metallo solo e fusi in un pezzo solo. Cicerone invece era metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia lega, e la sua statua era contesta di pezzi diversi.
XVII. CESARE, CRASSO E CICERONE.
Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo. In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che potrebbe dirsi, un bigotto di Roma antica, in faccia alla giustizia assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa, pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:
— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?
— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni, la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza. Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.
L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non voleva mettere in pericolo il predicato di Padre della Patria, che lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio pronunciato dalla gran voce del popolo romano.