Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il Senato avrebbe pronunciato.

E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso, infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.

Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro, ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un tal Trebonio.

— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.

— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.

— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno agli ordini miei.

— Ebbene, attendi.

Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio, celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli, e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La sua schiera chiamavasi l’Acies Asiatica.

Cesare gli si avvicinò e gli disse:

— Dammi cinquanta talenti.