Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli Pisone e Messala, entravano nel tempio, Cesare diceva a Clodio:
— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato questo decreto — a Pontificibus factum Clodii nefas esse decretum. — E, come il leggi su questa colonna, non è cantonata in Roma dove esso non si veda.
— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il Senato siasi rivolto al collegio dei pontefici, perchè sentenziassero se il fatto onde sono imputato sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto esiste, la legge non fu abrogata. Se io vengo accusato d’aver congiurato a’ danni della repubblica, non occorrono pontefici per sentenziare se questo sia delitto. Occorre sentenziare se l’accusa sia vera o falsa.
— Macte animo, o Clodio, sebbene la parte più formidabile del decreto sia questa. Leggi.
— Ho letto; il so.
— Ex S. C. consules ad rogationem promulgandam vocati. Quasi tutti i senatori ti sono avversi. Con questo decreto intesero alla rovina tua.
La faccia tremenda di Clodio e invariabile, parve impensierirsi.
Cesare lo guardava e rideva nell’animo.
— Macte animo, ripetè poscia. Il tribuno Fufio Caleno mi obbedirà. Esso è già entrato, e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al decreto.
Così dicendo, entrò nel tempio insieme a Clodio.