Eretto espressamente vicino alla Curia, e dedicato a Giove, quel tempio era costrutto in forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella vôlta, sotto a quella, rigirava un podium su cui si affollavano i Romani che vestivano il sajo o la cinerea toga, e che, da quell’altezza, seppure vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare volte dall’onda sonora era ad essi fatto dono delle orazioni declamate. A loro pareva di sentire ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano ad ammirare la maestà dei padri della patria, e i non sperati laticlavj. Assai più sotto, e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che sorgeva al disopra degli stalli dove sedevano i consoli, girava, soltanto la terza parte della vasta elissi, un altro podium, coperto da un aureo graticcio, dietro al quale ascoltavano, non vedute, le vestali e le cospicue matrone romane. Raro era che quello fosse occupato; ma in quel giorno appena bastava per contenere tutte le intervenute. Oltre le vestali, la maggior parte aveva sacrificato alla dea, e taluna di esse sapeva che i mariti avrebbero deposto Clodio non esser penetrato.

Dirimpetto al podium delle vestali e delle donne patrizie, girava quello dei cavalieri, non coperto da graticcio. Dal pavimento del tempio, sorgeva in semicerchio elittico una gradinata di tre alti piani, sui quali eran disposti, a breve distanza l’un dall’altro, gli stalli dei senatori. Di contro a questi, sovra una base più giù della gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli, innanzi alle quali stava una gran tavola di porfido egiziaco, meraviglia anche allora, per l’ampiezza eccezionale del monolito. Su quella tavola s’accumulavan tabelle cerate d’ogni maniera e d’ogni misura, e volumi e rotuli e stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e le sedie consolari, quasi sotto al podium dei cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della plebe.

I senatori erano tutti entrati nel tempio, e passeggiavano, in attesa dei consoli, nei vuoti spazj, ostentando la larga striscia di porpora, e il metallico C (cento) che brillava presso la punta dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la noce del piede. Quel C significava il numero originario dei senatori al tempo dei re; ma l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto e il C lucente, significavano altresì che ciascun senatore possedeva ottocento mila sesterzj di rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a gruppi di vario numero, parlavano, discutevano ed empivano il tempio di frastuono, accresciuto dal bisbiglio incessante del popolo minuto, salito in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle dei cavalieri.

Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala, pei quali si fe’ gran silenzio nel vasto recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio Caleno, che, attraversando il tempio, si recò difilato al suo stallo. I senatori tutti, gravi e taciti, ascesero la gradinata, e sedettero.

Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero in disparte insieme coi testimonj. Il console Pisone alzossi, e:

— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli, con decreto che già tutta Roma ha letto, e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo sia stato intempestivo, avete ordinato di fare una legge che sottomette Clodio ad un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche io e il mio collega dividessimo la sentenza vostra, venne a noi il tribuno Caleno qui presente, ad opporre il veto. Parli or dunque il tribuno.

Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora così parlò:

— Padri coscritti, soltanto ad impedire si sparga sangue cittadino, io opposi il veto al vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto dal suo numeroso partito, il quale è disposto a far tutto per lui. Egli ha partigiani perfino negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori di questo tempio, credo bene ve ne siate accorti, o senatori, giovinetti a migliaia, armati di daghe e pili, capitanati dal giovinetto Marc’Antonio, assai noto in Roma — il quale è di sì gran forza che a sedici anni nel ginnasio atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni che tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni che fanno presentire in esso un agitatore d’uomini, fatale — mandano grida furibonde al cielo, pel timore che non siasi per far giustizia in codesto sacro tempio; ma Clodio è anche odiato....

A queste parole, un — no no — ripetuto da centinaja di bocche, risuonò dal podium dove stava affollato il popolo minuto. Cesare e Pompeo aveano sparpagliato numerosi clienti colassù, perchè distribuissero danari, onde a tempo opportuno far nascere un tumulto che lasciasse in tronco e giudizio e sentenza.

Il senatore seniore, che era Marco Scauro, e per il diritto dell’età presiedeva alle assemblee, si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero fiato alle trombe. Era quello il primo segno col quale s’intimava silenzio al popolo che, gridando, mostrava di non rispettare la maestà del Senato. Al terzo segno le guardie del tempio solevano ascendere a far sgombrare il podium.