— E tu che pensi di Clodio?
— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti.
Servilia portava tale e tanto amore a Cesare, che, sapendo l’amicizia di lui per Clodio, non aveva voluto deporre ai danni di lui, protestando di essersi intrattenuta innanzi all’ara della dea, quando le altre donne vestite da baccanti e armate di tirsi erano uscite per vendicare non sapeva quale ingiuria.
La votazione era finita, Cesare discese. Si contaron le palle. L’umiliazione di Clodio, e le insinuazioni del console Pisone, e le astutissime parole di Caleno, per allora, non valsero nulla. Quindici senatori votarono a favore di Clodio: quattrocento contro di lui. — E passò il decreto che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione con tutta la loro autorità, e niun altro affare si trattasse prima che questo non fosse esaurito.
Cesare, in presenza di un decreto tanto severo, quantunque volesse tener celati i proprj intendimenti, già s’era mosso per recarsi alla tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico Ortensio, l’oratore a nessuno secondo, e che Cicerone, pure invidiando, amava. E prima di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe, e con voce atta all’espressione musicale (dono che Cicerone non aveva, tenendo una voce sonora sì, ma aspra),
— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò che il mio voto fu per respingere la rogazione. Caleno ha parlato con gran senno. Gravi disordini saranno certissimamente per nascere da questa violenta risoluzione. Però vi faccio una proposta conciliatrice, che spero sarà da voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno pubblichi dunque una legge per la quale si debba giudicare la causa di Clodio innanzi al pretore con giudici eletti.
Per deferenza ad Ortensio, che era altamente rispettato ed amato in Roma, e quasi sempre interpellato ed ascoltato in Senato, quella proposta fu accolta per acclamazione, e così pochi minuti distrussero la votazione di due ore.
XIX. LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.
Se non che, portata la causa davanti al pretore, Cesare, Crasso e Clodio videro essere stato inutile tutto il denaro profuso tra i senatori ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il tribuno ambidestro; e pensarono che tutto riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti assai più difficili, perchè era necessità brogliare in prima per la scelta dei giudici, poi con altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia. Quella scelta per Clodio andò tra bene e male. Cinquantasei furono i giudici; di questi varj erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie, le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente riescì a fare della maggior parte di quei molteplici elementi una pasta unica ed avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo con insulti alle tentazioni; ed erano i più potenti, i più influenti e i più ricchi, come naturalmente doveva essere. L’oro per essi non poteva aver la forza dell’esca. Ma Cesare tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più che un costrutto. Tra quei giudici v’era un Contatore, un Ceva, un Furio, di sfondate ricchezze, come fu detto, amanti della repubblica, onestissimi nella trattazione degli affari proprj e degli altrui; ma protagonisti in Roma di strani e non casti racconti, per l’effeminatezza dei loro costumi e per libidine delira.
— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto che stavano tormentandosi per diradare le difficoltà — se io avessi le tre Grazie che vive e vere tu recasti a Roma da Atene, certo che costoro sarebbero presti a giurare anche il falso.