— Anch’io ho pensato a questo, rispose Crasso; non veramente alle tre mie Grazie incomparabili, ma ad altre fanciulle che tengo nel gineceo; e ti giuro pei numi ch’io sono talmente arso di puntiglio per riuscire in questo affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i miei tesori, non che alle tre Grazie.
E Crasso fece in modo di trovarsi con quei tre onestissimi Fauni togati; e, parlando con essi delle più belle donne di Roma, venne a proclamare la preminenza delle greche.
— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che le più famose fanciulle romane parrebbero laide al loro confronto. Tra le altre, son tre ateniesi, insigni di così attraente perfezione, che tutte le statue d’oro degli dei che hanno are in Roma non varrebbero a compensarle. Ma tu non credi, o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena; e intorno al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno, gireranno liberali della loro scoperta beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al pari delle ore, mi segnano i passatempi del giorno.
— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo anche gli altri tesori da te accumulati nelle tue conquiste.
E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio i tre invitati; vi sedettero Cesare, Crasso e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta, briosa, lucente oltre il consueto.
I tre Fauni stavano tracannando Falerno, quando, a un tal punto, vennero introdotte sette fanciulle delle più belle, comperate già, col più squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie d’Italia; e tutte nel costume delle sette eterie che furon messe innanzi a Fidia, perchè delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse un insieme unico di non raggiungibile perfezione.
E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono innanzi ai tre invitati attoniti e acutamente concitati; e uscirono dal triclinio.
— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste che avete vedute, son bellissime figlie della terra; ma or vedrete le Grazie immortali, le tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore. Sorgete ed adorate! — E diè un cenno.
Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte, chinati e timidi gli sguardi.
Erano inver beltà tutta divina.