Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano arrubinati di Falerno, e il raggio dell’occhio, male affratellandosi coi raggi delle fiamme che splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il numero delle tre dive; e le giudicavano con entusiasmo, ma senza quel discernimento che vede il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare, il quale non beveva mai vino, guardando quelle fanciulle, non pareva più impossibile che la greca Elena avesse potuto esser cagione di una guerra decenne; e, dopo averle osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel presente tutto pregno di voluttà, volse il pensiero al futuro.
E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a guardar Crasso con occhio sì parlante, che quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato alle schiave custodi, le tre dive, comperate da un mercante di Atene a un prezzo minore di quello ch’era stato offerto pei tre poledri celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate, uscirono di là — e poco dopo usciron tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e:
— Voglio che tu parta soddisfattissimo di me; ho in pensiero di farti un dono; ma a un patto.
— Qual dono e qual patto?
— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre Grazie; ma tu devi operare in modo che per tua parte Clodio sia rimandato assolto.
Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile il dono; onde conchiuse coll’accettare e coll’obbedire e col promettere e col giurare.
Gli altri due fecero il medesimo.
Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese da Cesare e Crasso; ma altre più turpi e più inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati all’amo.
E venne il giorno che al Pretorio si radunarono i giudici per emettere l’ultima sentenza. Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque condannarono Clodio, trentuno lo assolsero.