Così nei tempi corrottissimi si vende e si compera la giustizia, e non è mezzo, per quanto osceno, a cui non si ricorra.
E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro profuso e delle fanciulle offerte e accettate, e d’altre turpitudini ancor peggiori, così prorompe Cicerone: — Giammai una più scandalosa compagnia di ribaldi si assise innanzi alle tavole del giuoco assassino. Fra senatori infami e cavalieri cenciosi, sedettero pochi uomini onorati, coi volti mesti, quasi tementi di esser guasti dal contagio di quegli scellerati.
Ma chi era lo scellerato primo e massimo?
XX. POMPEO E CESARE.
L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente se ne querelavano i savj, aveva per la prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata l’ara della giustizia, mentre mostrò quanto fosse prepotente la volontà di Cesare, a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento. Dipendeva solo dalla fortuna e dagli eventi e dall’incerto avvenire s’egli avrebbe potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza del turpissimo broglio. E fino a quel momento, di tutto quello che egli avea fatto per aprirsi una via alla potenza, alla gloria all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno. Dei numerati eroi, che sono gli atleti nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj, segnan le distanze e i caratteristici mutamenti della storia, Cesare è il solo che abbia dovuto o voluto attendere gli anni della gioventù più matura per salire al primato, e far convergere a sè gli sguardi dell’umanità.
Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva trentott’anni; se allora fosse morto, l’oscurità avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla ancora avea fatto di grandissimo, e le fatiche di una insistente preparazione erano segreti affanni della sua mente e della sua ambizione. Ma quell’anno doveva segnare il suo momento critico.
Sul principio di quello, Pompeo era tornato a Roma dalla guerra mitridatica. Aveva dilatate le frontiere dell’impero: il Ponto, la Siria, la Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando infino al Tigri tributarj della repubblica tutti gli altri re e popoli orientali. Aveva preso la città e la fortezza di Gerusalemme, entrando nel vietato Sancta Sanctorum del famosissimo tempio. Aveva condotto Aristobulo e i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario Ircano, date leggi ai popoli conquistati, fabbricate trenta città, fatto il dono di cento milioni italici alle licenziate legioni. Però dal Senato gli era stato accordato il privilegio di portare nei dì festivi una corona d’alloro e la generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi equestri. Tutti lo proclamavano il primo cittadino di Roma senza rivali; e i prudentissimi di Roma, a stornare i crescenti disordini, già lo desideravano e proclamavano Dittatore.
Primo ed unico era dunque nella città dominatrice: a lui privilegi, a lui corone, quasi re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento e gemme, che il medesimo Crasso non poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano. Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina, che Demetrio liberto di lui e maggiordomo, e ladrone come sappiamo, aveva raccolto per sè più di venti milioni; onde, a mostrare gratitudine verso l’indulgente padrone, gli fece erigere a proprie spese quel primo teatro di pietra che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel tempo stesso in cui sorse il teatro monumentale, Pompeo edificò un tempio a Minerva, che fu celebre, più che per la sontuosa architettura, per l’iscrizione tanto laudatrice del Magno eroe, che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non ebbe mai esaltazione maggiore.
Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva indegno di tanta fortuna, e lo chiamava ladro della gloria altrui nella guerra spartacica e dei Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che anche un pretestato avrebbe saputo compirle, e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e il meno atto a concionare, e il più intricato nei colloquj dove l’arte e la scienza e la filosofia avevano parte, guardava e fremeva a tanto sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza, e, ritorcendo sopra di sè lo sguardo, pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato, lo avevan lasciato così sprofondato nei debiti, che oramai gli mancavano duemila talenti (dodici milioni di lire italiche) a non posseder nulla. E codesta frase, ch’ei trovò per la prima volta in uno di quei momenti nei quali l’ira si converte in facezia, per la prima volta fece il giro di Roma, e provocò il riso dei ricchi e dei poveri, e fu poi ripetuta per lungo ordine di secoli dagli indebitati di tutte le classi.
Esso era anche uscito dalla carica di pretore, influentissima in Roma, perchè tutte le contese relative alle cose dell’amministrazione pubblica e privata, e alquante che riguardavano la giustizia e l’osservanza delle leggi, dovevano passare per le aule pretorie.