Era dunque ridotto alla condizione di un semplice cittadino privato; sempre il primo tuttavia nei consorzj geniali, alla palestra, all’ippodromo, nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti muliebre sapienza pei riverberi della luce paterna; ascoltato nelle questioni d’arte da Arcesilao, da Postumio, da Ermodoro, architetti insigni; vincitore sovente di Varrone in questioni d’archeologia; insegnatore a Pompeo di più esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato; meraviglia all’astronomo Posidonio, che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia a Sosigene, ch’ei già preparava alla riforma del calendario. Ma codesti primati, sebbene costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano inerte nel campo de’ grandi fatti.
Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla sua immensa fortuna con disdegno sprezzatore, e l’ambizione, come già era avvenuto al Magno Alessandro, nei momenti della massima esaltazione gli avesse già fatto parere angusta la terra, e si fosse affannato per ottenere il governo della Spagna, statogli finalmente assegnato, pure da qualche giorno non desiderava di lasciar Roma.
XXI. L’IMPERIOSA.
Cesare, il profumato libertino, il desiderato da tutte le donne, l’odio occulto di tutti i mariti, il rivale sospettato da tutti gli amanti, non era mai stato preso da un vero, profondo, violento amore. Troppe donne, troppe giovinette gli avevano aliato intorno più chiedenti che chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava una gratitudine schiettamente sentita, e per la quale ebbe una singolare preferenza, non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo onnipotente dell’amore, che, allorquando invade e conflagra un’anima, si accampa sovrano e prima di tutte le umane cose. Servilia erasene accorta, ma non per questo potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei era quello di una schiava africana, ardente, capace d’immergere il ferro in petto all’uomo idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata, atterrita pur nella ferocia, e governata da un fascino arcano.
Il sentimento pareva al tutto incompatibile colla forza e la vastità della mente di Cesare, a guisa di un arbusto gentile che non può tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica. Ma Cesare era l’uomo onnilatere, e nulla cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però doveva attraversare, prima che la sua gioventù si chiudesse, una di quelle fasi della vita, che transitoriamente sembrano mandar naufraghe nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà della mente.
Nella notte sacrata ai riti della dea Bona, tra le fanciulle sagrificanti insieme colle matrone, era prostrata innanzi all’ara quell’Elelia Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima casa romana di tal nome. Essa era nata nella Gallia Cisalpina, quando il padre suo, Popilio, fu governatore di quella provincia, ed era nata da madre gallica. Morto il padre, morta la madre, Elelia era rimasta unica erede delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava nell’antico palazzo degli Imperiosi, nella parte più alta del Palatino, custodita dalla sua grand’ava. Essa era insigne di eccezionale bellezza; chè le chiome biondissime e gli occhi azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e celebrati da Omero, non eran frequenti in Roma.
Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice e conciliatore nelle contese iniziate da coloro che vantavano diritti su qualche parte dei lati possedimenti della fanciulla, degli ampj giardini, degli orti immensi, delle acque dell’Aniene che le irrigavano i campi, deviate cogli idraulici congegni che prima la vetusta Babilonia avea trovati. Per questo fatto, esso, oltre al vecchio liberto maggiordomo della casa Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni, avea dovuto sentire e il famoso Scevola e gli altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e quel Granio Fiacco, celebre per aver commentate le dodici tavole. Con essi erasi trovato nella casa Imperiosa, quando fu necessario vedere i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione di avvicinar la fanciulla.
Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore, la guardò come un fenomeno muliebre, che mai non gli era apparso innanzi prima d’allora. Ognor concentrata in sè stessa e taciturna e altera, pareva ch’ella tenesse in soggezione tutti quelli che la circondavano, comprese le vegliarde che recavansi a trovar l’ava, compresa l’ava stessa. Ma, se più spesso era taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed eran severe ed assennatissime, nè parevano uscire da labbro giovanile.
Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla nutrice, e il natìo latino, parlava il greco col soave accento eolio; onde Apollonio, quando l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata dalle aspergini del mare Argolico. Laja, la celebre pittrice che avea ritratto Cesare, le apprendeva il disegno, e Laja si gloriava di quella fanciulla singolare. E le lodi non pareano toccarla. Sariasi detto che, quasi tenesse da qualche divinità, di lei particolare custode, la notizia che i numi avean decretato di costituirla nel privilegiato possesso di doni intellettuali e corporei non concessi altrui, ella non facesse più caso delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne avesse orgoglio nessuno, si riputasse come segregata da essi.
Cesare pertanto fu vivamente attratto da quella fanciulla, considerandola come un arduo problema da sciogliere, e nel tempo stesso, e più forse, perchè provocava in lui una sensazione acutissima quella bellezza eccezionale, e quell’intelletto che era fuori affatto dell’ordine femmineo. Onde, sotto colore delle consuete faccende pretorie, e della necessità di abboccarsi con Scevola, il quale tenne preghiera dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso da lei le sue tre così belle coltissime figliuole, e di trovarsi a conversare con Laja, la quale, anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi con essa, Cesare era venuto moltiplicando le visite in quella casa, e a tale che non passava giorno che non vedesse la tiberina Imperiosa; col qual predicato ei la distingueva, perchè le chiome di lei eran bionde e profluenti come le onde del Tevere. E venivano in quella casa anche Cicerone e Terenzia e Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio, e vi si recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj, e i padri e le madri di quelli, segnatamente allorchè aveano le fortune dissestate; chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più che dai giovani, tenuti pressochè in isgomento da quell’aura sacra onde ell’era circonfusa, dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le nebbie vespertine che si innalzavano sugli immensi poderi di lei, più di quel che temessero la sacra aura.