In quei conversari diurni e notturni di Cicerone, ad onta e di Ortensio e del rètore Diodato, Cesare brillava ognora di una luce tutta propria. Di qualunque cosa ei discutesse, teneva sempre il campo. Bensì, con arte squisita e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone, che pur era invidiosissimo, non sentiva invidia di lui; onde potè lasciar scritte in lode di Cesare quelle celebrate parole a Cornelio Nepote: «E chi di lui è più acuto e più frequente di sentenze? chi nelle parole è più ornato e più elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare supera tutti quanti. Molti bellissimi giovani romani facevan cerchio intorno all’Imperiosa, parlante Giulio; ma Elelia non era attratta da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna chioma fittamente ricciuta. Ascoltava attentamente il giovane trentottenne, il giovane declinante, il già calvo Giulio, che indarno tentava dissimulare quello da lui sì aborrito difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate chiome, che soltanto gli crescevan folte presso l’occipite. Bensì ella chinava gli occhi, quando la nera e vivacissima pupilla di lui saettava gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per brevi istanti, Cesare ed Elelia si trovaron pressochè soli; vale a dire che, sebbene nella camera medesima stesse l’ava seduta, la quasi cecità e sordità di lei non era d’inciampo a che potessero parlar liberamente.
Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra, or guardava Roma sottoposta, e parea ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or piegando la testa, tenea dietro alla giovane Imperiosa che, meditante e ad ampi passi, s’affrettava dall’un canto all’altro della camera.
Ci fu un momento nel quale i loro sguardi s’incontrarono. Allora Cesare, staccatosi dal parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e:
— Qual pensiero affretta così il tuo passo?
— Il tormento d’esser donna.
— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se invece tu fossi uomo....
— Tutto il mondo.
— Quanti anni hai tu?
— Diciotto; chi non lo sa?
— E trentott’anni a me conta la Parca, e il mondo non è ancor mio.