— E scegli dunque Pompeo. Una consorte ei cerca.
— Pompeo ha dieci anni più di te.
E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare, e Cesare ognor la seguiva ammirato, e sempre più gli s’involavano gli inizj per isciogliere quello strano problema. E, osservando la stupenda e quasi matronale figura di lei, per la quale mostrava un’età maggiore, e guardando la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma, bianchezza tutta soffusa di rose freschissime, e tali doni congiungendo alla precocità dell’ingegno, e alla stranezza delle sue maniere, e alle aspirazioni che parevano soverchiare età e sesso, si venne ricordando di talune considerazioni (Cesare avea voluto intingersi anche di medicina) del medico Antistio (colui che doveva poi alle fatali idi contare ed esaminar le ferite) intorno a talune malattie che nella primissima giovinezza sembrano accrescere i doni della natura mortale; a guisa dell’arsenico che, amministrato con scientifiche dosi, tingeva del più florido color del cinabro le guancie del re Mitridate. E si rammentò che Antistio avea definita quella malattia: pulcher et intellectualis morbus, il quale, di quel tempo, più che altrove, era frequente nella Gallia Cisalpina; onde a Cesare sembrò possibile che nel sangue della divina Elelia la gallica madre avesse deposto un germe lieve di stroma formoso e roseo e geniale.
Ed ella si fermò di tratto, e disse:
— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania?
— Sì.
— T’affretta adunque.
— S’io vi morissi ne avresti dolore tu?
— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria circonderà te spento, adorerò l’ombra tua in perpetuo.
Cesare tacque.