Annunciate, entrarono in quel punto le tre figliuole di Scevola. Cesare uscì; attraversò il cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli alitassero le aure dei beati elisi, pressochè trasmutato, si avviò alla sua casa nella Suburra. Se non che, a mezza via, un liberto in cocchio gli venne incontro affrettatissimo, e, allorchè fu presso a Cesare:
— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata. Il cavedio è invaso.
— Da chi?
— Dai ladri.
— E che ladri?
— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’acies asiatica....
Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto alla Suburra. — Un grido nemico lo accolse. Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo guardò dall’alto quella ciurma inferocita.
Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione usurajo, già quasi ricco come Crasso:
— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se prima non mi avrai restituito quel che ti ho sborsato. Di cento talenti mi sei debitore, due milioni di sesterzj.
— E a me cinquanta ne devi, gridava un giudeo. Io ti ho pagato le statue, i quadri, i cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi. Pagami, o Cesare, o indarno speri di andar governatore nelle Spagne.