Una terza conseguenza del cattivo funzionamento dell’arte, è la confusione e lo scompiglio che questo cattivo funzionamento genera nella mente dei ragazzi e dei popolani. Negli uomini che non sono stati pervertiti dalle teorie menzognere della nostra società, negli artigiani e nei ragazzi, la natura ha posto un concetto ben definito di ciò che merita d’essere biasimato o lodato. Secondo l’istinto del popolo e dei ragazzi la lode non compete di diritto che o alla forza fisica (Ercole, gli eroi, i conquistatori) o alla forza morale (Sakya Muni che rinuncia alla bellezza e al potere per salvare gli uomini, Cristo che muore sulla croce per il nostro bene, i santi, i martiri, ecc.). Queste sono nozioni d’una perfetta chiarezza. Le anime semplici e rette capiscono che è impossibile non rispettare la forza fisica, perchè s’impone da sè stessa al rispetto; e neppure possono far a meno di rispettare la forza morale dell’uomo che lavora per il bene sentendosi attratti verso di essa da tutto il loro essere interno. Ed ecco che queste anime semplici s’accorgono che oltre agli uomini rispettati per la loro forza fisica e morale, ce ne sono degli altri più rispettati, più ammirati, più ricompensati di tutti gli eroi della forza e del bene, e ciò semplicemente perchè sanno cantare, ballare, o scrivere dei versi. Esse vedono che i cantanti, i ballerini, i pittori, i letterati guadagnano dei milioni, che sono riveriti meglio dei santi; e queste anime semplici — i ragazzi e i popolani — sentono crescere in sè stessi la confusione delle idee.

Quando, cinquant’anni dopo la morte di Puschkin, le sue opere furono divulgate tra il popolo, e gli s’innalzò una statua a Mosca, ricevetti più di dieci lettere di contadini che mi chiedevano perchè si esaltava codesto Puschkin. Pochi giorni fa un piccolo borghese di Saratof — del resto persona istruita — è venuto a Mosca per rimproverare il clero d’aver approvato l’innalzamento d’una statua al signor Puschkin.

Infatti imaginiamoci solo lo stato mentale d’un popolano che legga nel suo giornale, o senta dire che il clero, il governo, tutti gli uomini migliori della Russia innalzano con entusiasmo un monumento a un grand’uomo, a un benefattore, a una gloria nazionale, Puschkin, di cui sin’allora non ha mai inteso parlare. Da ogni parte gli si discorre di Puschkin; ed egli suppone che, se si rendono tali omaggi a quest’uomo, bisogna che abbia fatto qualche cosa di straordinario, di molto forte, o dl molto buono. Procura perciò di sapere chi fosse Puschkin; e venendo a sapere che Puschkin non era un eroe, e nemmeno un generale d’armata, ma semplicemente uno scrittore, ne conchiude che certo Puschkin dovette essere un sant’uomo, un educatore benefico. Quindi s’affretta a leggere o a farsi leggere la sua vita e le sue opere. Imaginiamoci ora il suo sbalordimento quando scopre che il Puschkin fu un uomo di costumi più che leggeri, che morì in duello, cioè mentre tentava d’uccidere un altr’uomo e, che tutto il suo merito consiste nell’avere scritto dei versi intorno all’amore!

Che gli eroi, che Alessandro il Grande, o Gengiskhan, o Napoleone siano stati uomini grandi, egli lo capisce perchè sente che tutti costoro avrebbero potuto annientarlo, lui e migliaia di suoi simili. Capisce pure che Budda, Socrate e Cristo siano stati grandi, perchè sente e sa che egli stesso e tutti gli uomini dovrebbero rassomigliare a quelli là. Ma come un uomo possa essere grande per aver scritto dei versi intorno all’amore delle donne, è cosa che egli non può assolutamente intendere.

E lo stesso turbamento si deve produrre nel cervello d’un contadino bretone o provenzale, allorchè ode che si vuol innalzare un monumento, una statua, come se ne innalzano alla Vergine, e che s’innalzerà al Baudelaire, l’autore delle Fleurs du mal, o al Verlaine, uno scapestrato che scrisse dei versi incomprensibili. E che scompiglio deve nascere nel cervello dei popolani quando odono che la Patti o la Taglioni ricevono cento mila lire per una stagione, e che ci sono degli autori di romanzi che guadagnano la stessa somma perchè sanno descrivere delle scene d’amore!

Lo stesso fenomeno si manifesta nel cervello dei ragazzi. Mi ricordo d’avere, in altri tempi, provato io stesso questo stupore e questo turbamento. È una conseguenza fatale del cattivo funzionamento dell’arte nella nostra società.

Una quarta conseguenza del quale, sta in ciò che gli uomini delle classi superiori, vedendo riprodursi sempre più di spesso il contrasto tra la bellezza e il bene, giungono a considerare l’ideale della bellezza come il più elevato dei due e si svincolano così dai doveri della morale. Invertendo le parti, costoro, invece di riconoscere che l’arte ammirata da loro è una cosa inferiore, pretendono che per contro precisamente la moralità sia una cosa inferiore e spoglia di significato per esseri giunti al grado di sviluppo al quale pensano d’esser giunti essi stessi.

Questa conseguenza del pervertimento dell’arte s’era già fatta sentire da un pezzo nella nostra società; ma al presente ha preso uno sviluppo straordinario, grazie agli scritti del celebre Nietzsche e ai paradossi dei decadenti e degli esteti inglesi, che, seguendo Oscar Wilde, prendono volontieri ad argomento dei loro scritti la sovversione d’ogni morale e l’apoteosi della perversità.

Questo concetto dell’arte ha trovato il suo contraccolpo nell’insegnamento filosofico. Ho ricevuto ultimamente dall’America un libro intitolato La Sopravvivenza del più adatto, o la Filosofia della Forza, per Ragnar Redbeard (Chicago, 1897). L’idea fondamentale di questo libro, espressa fin dalla prefazione, è questa, che è assurdo valutare più oltre il bene secondo la filosofia mendace dei profeti ebrei e dei “messia lagrimosi„. Il diritto, per codesto autore, non si fonda che sulla forza. Tutte le leggi, tutti i precetti che c’insegnano a non fare agli altri quello che non vorremmo si facesse a noi, tutto ciò, per sè stesso, non ha senso, e non serve a dirigere gli uomini se non per il suo accompagnamento di bastonate, di sciabolate e di prigione. L’uomo veramente libero non deve obbedire ad alcuna legge, umana nè divina; ogni obbligo è indizio di degenerazione; la mancanza d’obblighi è il distintivo degli eroi. Gli uomini devono cessare di credersi vincolati da errori imaginati per nuocer loro. L’universo intiero non è che un campo di battaglia. La giustizia ideale sta in questo: che i vinti siano sfruttati, torturati, disprezzati. L’uomo libero e audace può conquistare il mondo. E, come conseguenza, gli uomini devono essere eternamente in guerra, per la vita, per il suolo, per l’amore, per la donna, per il potere, per l’oro. Tutta la terra coi suoi frutti, è “la preda del più ardito„.

A vederle esposte così, sotto forma scientifica, queste idee non possono a meno di scandalizzare. Ma in realtà si trovano fatalmente e implicitamente contenute nei concetti che assegnano all’arte la bellezza per oggetto. È l’arte delle nostre classi superiori che ha prodotto e svolto in certi uomini questo ideale del superuomo quantunque codesto ideale sia già stato quello di Nerone, di Stenka-Razine, di Gengiskhan, di Napoleone, di tutti i loro pari, avventurieri e sorti dal nulla. E c’è da sgomentarsi a pensare che cosa avverrebbe se un ideale simile, e l’arte che lo genera, si diffondessero nella massa del popolo. Ma per l’appunto cominciano a diffondersi anche là.