Ma se Pescennio era morto, la guerra non era ancora finita, chè Bisanzio resisteva accanitamente. D’altra parte Settimio Severo non poteva illudersi che la sua vittoria gli concilierebbe il favore del riluttante senato. Perciò egli pensò di dare al suo governo un carattere di legittimità più sicuro; e nel 195 celebrò la adozione di sè medesimo per parte di M. Aurelio. Il farsi adottare di autorità da un morto, era un procedimento, alla stregua delle leggi, molto ardito, per non dire stravagante; ma facendo questa violenza allo spirito della legge ed al buon senso, egli poteva presentarsi come il continuatore degli Antonini, venerati con tanto zelo in tutto l’impero. Pare inoltre che Settimio si servisse dell’adozione per impadronirsi dell’ingente eredità di Commodo[55]. Nel tempo stesso, mentre stringeva d’assedio Bisanzio, provvedeva a domare l’Oriente; e faceva una spedizione nella Adiabene e nell’Osroene, i cui sovrani avevano favorito Pescennio. Tutto il 195 fu speso in questa spedizione e nell’assedio di Bisanzio, che capitolò finalmente nella primavera del 196. L’Oriente poteva dirsi domato. Settimio Severo si affrettò a ritornare in Italia.

Nel senato l’opposizione era forte; e poichè Pescennio era stato vinto, poneva la sua speranza in Clodio Albino. Questi a sua volta non aveva accettato di esser collega di Settimio che per aver tempo a preparar milizie contro di lui, in Gallia e in Britannia. Ormai, anzi, aveva apertamente proclamata la rivolta; aveva convocato un contro-senato; e minacciava, nuovo Vitellio, di ridiscendere dalle Alpi[56]. Come al solito, Severo non perdè tempo. Appena giunto in Italia, fece dichiarare Clodio Albino nemico pubblico dall’esercito e dal senato; persuase il senato a proclamare il figlio suo, Settimio Bassano (il futuro Caracalla), Cesare, designandolo così, quale erede dell’impero; gli fece assumere il nome venerato di Marco Aurelio, forse per compensare la violenza con cui faceva trionfare il principio ereditario, e poi partì per la guerra. L’impresa non era di piccola mole. Se vogliamo credere a Dione, Albino aveva raccolto non meno di 150.000 uomini, e altrettanti dovette opporgliene Severo; dunque, senza contare gli ausiliari, una quindicina di legioni, quante non erano mai state impiegate nelle campagne contro il Gran Re: un esercito smisurato per i tempi antichi. Anche su questa guerra poco si sa: par che il principio fosse favorevole ad Albino, e che il senato esultasse a Roma di questi prosperi successi. Ma nella battaglia decisiva a Tivurtium (Trévoux) non lungi da Lione, il nuovo pretendente fu definitivamente sconfitto (19 febbraio 197).

Questa volta la repressione fu più fiera che cinque anni prima. Settimio dichiarò al senato che la severità di Silla, di Mario, di Augusto era preferibile alla dolcezza che aveva perduto Cesare e Pompeo[57]. Ventinove senatori furono condannati a morte; un grande numero di ricchi galli e spagnuoli, che avevano aiutato Albino, furono pure giustiziati, i loro beni confiscati, e in parte divisi tra i soldati, in parte versati nell’erario, in parte presi da Severo. Con queste confische Severo incominciò a creare quella sua fortuna, che doveva essere la più grande di quante gli imperatori avevano sino allora possedute[58].


45. Il governo di Severo: suo carattere. — Il Dio della guerra aveva pronunciato il suo giudizio definitivo. Come Vespasiano, Severo era ormai, alla testa delle legioni vittoriose, l’arbitro dell’impero. Che cosa poteva fare il senato se non inchinarsi? Ma Severo non era, come Vespasiano, un italiano; era un figlio dell’Africa; di quell’Africa, dove il romanesimo era piuttosto una leggera vernice appena aderente, che copriva le passioni e le idee ataviche della razza. Severo non aveva per il senato e per le istituzioni della repubblica aristocratica, come Traiano, il rispetto di un figlio, l’ammirazione di un discepolo, la gratitudine di un beneficato. Non era nemico del senato e non voleva, di proposito, umiliarlo o avvilirlo. In tempi tranquilli, sarebbe stato uno dei tanti senatori, non meno geloso che gli altri dei privilegi dell’ordine. Ma aveva conquistato l’impero a prezzo di tremendi pericoli, contro la volontà del senato, che gli avrebbe preferito Pescennio Nigro o Clodio Albino; e conquistatolo, lo voleva tenere e godere — e qui appariva l’africano — come cosa sua e della sua famiglia. Già prima di vincere Albino, egli aveva, come abbiamo visto, fatto nominar collega il figlio e tributare grandissimi onori a sua moglie Giulia Domna, che era una siriaca di illustre famiglia e una donna molto intelligente; inoltre aveva mostrato apertamente che l’autorità imperiale doveva servire ad arricchirlo. Primo tra gli imperatori costituì un’amministrazione del patrimonio privato, nominando i procuratores privatarum rerum. Senonchè, se il senato aveva poco gradito il suo trionfo, meno ancora avrebbe gradito un governo animato da questo spirito. Non poteva quindi che diffidare del senato; e, senza combatterlo metodicamente, cercò i sostegni e gli appoggi del suo governo, non nel prestigio, nella ammirazione sincera e nella collaborazione volenterosa del grande consesso, come gli Antonini, ma nella intelligenza e nell’energia di un piccolo gruppo di servitori fidati e devoti, di ogni origine e rango; e massime nei soldati e nei cavalieri. Cresce dunque con lui l’autorità e il potere di tutti i funzionari imperiali, specialmente degli advocati fisci, del capo del fiscus, che prende il titolo di rationalis e del prefetto del pretorio. Per la prima volta il prefetto del pretorio è ammesso in senato, e per la prima volta, dopo tanti anni, non ostante la presenza del principe in Roma, riappare un nuovo Seiano, C. Fulvio Plauziano, che per un certo tempo, e sinchè non precipitò egli pure, fu più potente dello stesso imperatore. Il prefetto del pretorio diviene ora non solo il capo di tutte le truppe pretoriane, ma anche il dirigente di tutto il personale dei funzionari imperiali. I suoi poteri giudiziari si allargano: sembra che a lui competesse, oltre l’appello dalle autorità provinciali, anche la giurisdizione penale per tutto il territorio a cento miglia da Roma. Nelle province è tolto ai governatori il diritto di levare imposte; al senato, il compito di eseguire il censo, che è affidato in sua vece a funzionari imperiali tratti dall’ordine equestre. Ad accrescere il prestigio dell’ordine equestre Severo non solo concede ai cavalieri cariche prima riserbate ai senatori; ma ai cavalieri, che si sono segnalati nel pubblico servizio, accorda nuovi titoli di onore: quello di vir egregius o quello anche più alto di vir perfectissimus: onorificenze che ponevano un cavaliere alla pari di un senatore, senza farlo entrare nell’ordine; e che quindi abbassavano il prestigio del senato.

Ma di null’altra cosa Settimio Severo fu più sollecito che di far contento l’esercito. Egli è veramente l’imperatore dei soldati, che, eletto dai soldati, governa con essi e per essi. L’esercito è accresciuto di tre nuove legioni; il soldo è aumentato; ai soldati è accordato il diritto di contrarre matrimoni legittimi o qualcosa di simile[59], nonchè di passare per merito nel corpo dei pretoriani, ormai riserbato ad essi come una promozione. Ai veterani è concessa in privilegio la dispensa di ogni pubblico carico (vacatio a muneribus); agli ex-ufficiali, nuovi titoli onorifici; ai generali, donativi sontuosi. Riforma più importante: al grado di centurione — il più elevato dei gradi a cui il soldato comune potesse giungere e che corrisponde ai grado di capitano degli eserciti moderni — è annesso il rango di cavaliere. Infine agli ufficiali in congedo sono riserbati molti impieghi civili. È chiaro che Settimio Severo cercò di rinforzare l’ordine dei cavalieri e l’amministrazione con elementi presi dall’esercito, opponendo così alla nobiltà senatoria un altro ordine sociale a lui fedele e devoto; e cercando in questo i funzionari, che considerassero l’imperatore come loro capo e benefattore.


46. Severo in Oriente: la guerra con i Parti (197-198). — Un imperatore che si reggeva per il potere dell’esercito doveva essere gelosissimo della gloria e del prestigio delle armi romane. Mentre Severo combatteva in Gallia Clodio Albino, il re dei Parti aveva invaso la Mesopotamia e posto l’assedio a Nisibis; la Mesopotamia, la recente conquista di M. Aurelio, e forse la Siria, l’Armenia, la Cappadocia parevan di nuovo in pericolo. Severo non poteva tollerare l’affronto. Appena pacificata l’Europa, si accinse, nel 197, alla guerra con la Parzia. I preparativi furono grandi, ma adeguati. Vologese fu sconfitto e la via di Ctesifonte, per la terza volta, aperta alle legioni romane, che vi entrarono, e la saccheggiarono, facendo 100.000 prigionieri, tra soldati e civili. Pur troppo però, come sempre, il ritorno fu più difficile: chè il deserto, la fame, la sete inflissero all’esercito sofferenze inaudite. D’altra parte, se neppure Traiano aveva potuto sottomettere l’impero dei Parti, tanto meno poteva riuscirvi Severo, perchè da Traiano a lui l’impero si era indebolito. Inflitta una umiliazione profonda al re dei Parti, Severo fece pace, nel 198 o 199, accontentandosi dello statu quo, e forse di qualche ampliamento dei confini mesopotamici.

Ma Severo non tornò subito in Occidente. Sia che l’Oriente gli sembrasse richiedere la sua presenza, sia che preferisse star lontano da Roma e dal senato, per meglio mostrare che egli era l’imperatore delle province, sollecito degli interessi di tutti, e non il capo di una oligarchia angusta, Severo si trattenne nelle province orientali sino al 202, rinforzando la difesa, distribuendo corone ai principi vassalli, rimettendo la disciplina nelle legioni, l’ordine nel paese, e stabilendo ovunque colonie romane. Visitò anche la Palestina e l’Egitto; e dalla Palestina emanò un editto relativo ai Cristiani, che riconferma all’incirca quelli di Traiano e di M. Aurelio[60]. Ma i tempi erano inquieti, pieni di paure e di superstizione: bastò quell’editto per scatenare in tutto l’Oriente le collere ribollenti contro la minoranza cristiana, che non cessava dal crescere e che si insinuava dappertutto. Di nuovo in molte province i governatori dovettero cedere alla opinione popolare; e di nuovo piovvero le denunzie, i processi, le condanne!