47. La fine di Severo (202-208). — Nel 202 Severo ritornò a Roma, accolto da grandi feste e con grandi onori. Il senato gli decretò anche quell’arco trionfale, che sarebbe sorto sulla Via Sacra, di faccia al Campidoglio, dove ancora oggi si può ammirare. Severo ricusò la maggior parte degli onori offertigli, e perfino il trionfo; ringraziò i senatori, chiedendo loro di avere soltanto nel cuore, per lui, l’affetto che gli avevano prodigato nei solenni decreti consiliari; e si accinse a governar l’impero nella pace.
Un contemporaneo, non certo benevolo, ci descrive la giornata del nuovo Augusto. «Sin dall’alba egli era al lavoro; poscia, passeggiando a piedi, si intratteneva degli affari relativi allo Stato. Venuta l’ora delle sedute nel suo tribunale, egli vi si recava, salvo che non fosse una solenne giornata festiva, e attendeva al suo ufficio con scrupolo grandissimo. Infatti accordava alle parti tutto il tempo che esse domandavano, e a noi senatori, che giudicavamo con lui, una grande libertà di opinione. Restava in tribunale fino a mezzogiorno. Dopo egli montava a cavallo, quanto tempo poteva, o si dedicava a qualche esercizio fisico, per entrar poi nel bagno. Faceva colazione — abbondantemente — solo o coi suoi figliuoli. Per solito, dopo il pasto, dormiva, e destatosi, si tratteneva, sempre passeggiando, con dei letterati greci o latini. La sera prendeva un secondo bagno e desinava ma soltanto con i familiari e con gli intimi, giacchè egli non invitava mai alcuno e riservava i pranzi sontuosi pei giorni, in cui non poteva assolutamente farne a meno»[61].
In Roma Settimio Severo continuò e rafforzò quel suo governo, che spostava l’autorità dal senato all’imperatore e all’esercito. Ormai le resistenze venivano meno dappertutto; anche il senato si rassegnava, impotente. A che avrebbe servito una nuova congiura, anche se riuscisse, se non a scatenare di nuovo le legioni? I soldati ormai si sentivano da più del senato. Così, Settimio Severo fu, primo degli imperatori, chiamato dominus: titolo che per secoli aveva fatto orrore ai Romani. Primo degli imperatori rese giustizia non più nel Foro ma nel suo palazzo. Primo osò eguagliare l’Italia alle province, assumendo il titolo di proconsole anche per l’Italia e stanziando, oltre i pretoriani, una legione nelle vicinanze di Roma. Il provvedimento era savio; perchè la rovina di Didio Giuliano mostrava che l’Italia, non avendo altre forze militari fuorchè la guardia, era alla mercè delle legioni delle province, se queste si ribellavano. Ma un altro dei principî su cui Augusto aveva posato il governo dell’impero era tolto di mezzo.
Sei anni restò Severo in Roma, amministrando alacremente l’impero, e senza essere minacciato da congiure. La sua fortuna, la sua alacrità, la sua energia scoraggivano tutti gli odî. Nel 208 partì per la Britannia; se vogliamo credere a uno storico antico, perchè malcontento dei suoi figliuoli, Bassiano e Geta, e delle inclinazioni che ambedue rivelavano. Adottando risolutamente il principio dinastico, Settimio aveva fatto il primo con il titolo di Augusto e collega all’impero durante la guerra contro la Persia; nel 209 aveva fatto Augusto e collega il secondo. Ma novelli Commodi, i due figli non amavano che la compagnia dei gladiatori e dei cocchieri del Circo e per di più si odiavano. Per distrarli da questi piaceri, il padre avrebbe, a dire degli antichi scrittori, deliberato di fare una spedizione in Caledonia (Scozia), e forse la conquista di quel difficile paese. Per altro, da gran tempo, la Britannia era irrequieta, e il tentativo di Albino non aveva certo aiutato a calmarla.
La guerra fu lunga e difficile. Tra selve, monti e paludi, gl’indigeni si difesero con una feroce guerriglia. Solo a prezzo di gravi perdite l’esercito romano toccò l’estremità della grande isola; ma il 4 febbraio del 211 Severo moriva in Eburaco (York). Poco prima di morire non solo aveva richiamato le legioni della Scozia, ma ordinato anche l’abbandono della linea fortificata di Agricola e di Antonino Pio per tornare alle forti difese di Adriano. La spedizione quindi non aveva servito a nulla.
48. Il governo di Severo; come giudicarlo. — Settimio Severo fu un insigne soldato, ma non solamente un soldato: fu anche un uomo di grande e fine coltura. Intorno a lui, all’imperatrice Giulia Domna, alla sorella dell’imperatrice, Giulia Mesa, alle nipoti Giulia Soemia e Giulia Mammea, si raccolse una corte letterata, nella quale brillarono non pochi tra gli spiriti eletti dell’epoca. Tra questi basterà ricordare nientemeno che i giureconsulti più grandi dell’impero, Ulpiano e Paolo, che fecero parte del Consilium principis, Papiniano, che fu prefetto del pretorio. Egli quindi, in mezzo alle molte guerre dell’impero, continuò, come i suoi predecessori, il grande svolgimento del diritto razionale ed umano, che è una delle glorie maggiori di Roma. Non si può negar neppure che egli ricostruì saldamente l’autorità dello Stato, ponendo prontamente fine, come Vespasiano, alla anarchia delle legioni in rivolta; che di nuovo illustrò le armi romane, che riassestò abbastanza bene le finanze, sebbene anch’egli abbia ricorso largamente all’espediente d’adulterar la moneta. Nei suoi denarii la lega sale al 50 e talora sino al 60%. Ma egli esautorò quasi del tutto il senato, che Vespasiano aveva ringiovanito e che era stato la fonte della legalità per un secolo. Sorpreso della catastrofe di Commodo, il senato aveva sperato, prima in Pertinace, poi in Pescennio, poi in Clodio Albino: deluse tutte queste speranze, si era a poco a poco, sotto il governo di Settimio Severo, avvilito e rimpicciolito, lasciando libero il posto al crescente assolutismo militare, rinunziando a quasi tutti i diritti e i privilegi, che per tanti secoli aveva reclamati. Molto si è scritto dagli storici moderni contro il servilismo del senato sotto Settimio Severo: ma chi sappia come, in pochi anni, sotto la pressione degli avvenimenti, possa mutare la composizione, lo spirito, l’anima di una assemblea e di un ordine sociale, non si meraviglierà punto di vedere il senato romano rimpicciolirsi a questo modo, innanzi a Settimio Severo, capo vittorioso delle legioni, ossia innanzi ad una forza che, per quanto scaturita improvvisamente dalla convulsione degli eventi, esso sentì che era invincibile. Del resto, a giudicarne gli effetti immediati, questa diminuzione del senato fu un fatto benefico. Il governo di Settimio Severo fu più operoso di quello degli ultimi Antonini, perchè non fu più obbligato a tener conto, quanto costoro, della volontà, dei diritti, dei pregiudizi, dei privilegi del senato. Senonchè questo beneficio era bilanciato da un pericolo grave. Esautorato il senato, quale sarebbe, lui morto, la fonte della legalità, per il suo successore? Il principio ereditario, da solo, non bastava; sia perchè non era ancora universalmente riconosciuto, sia perchè il potere di Severo era troppo recente. Il principio ereditario doveva dunque appoggiarsi sopra un altro elemento: la volontà degli eserciti. Messo in disparte il senato, gli eserciti diventano ormai, come regola, quel che sinora erano stati solo ogni tanto e quasi accidentalmente, il potere che sceglie o riconosce gli imperatori, che ne legittima l’autorità. Ma che cosa erano ormai gli eserciti, se non un’accozzaglia di tutte le razze dell’impero, nella quale abbondavano i barbari appena dirozzati? Le terribili conseguenze di questo rivolgimento non tarderanno molto a mostrarsi.
Da Settimio Severo si può sicuramente datare il principio della monarchia assoluta. Egli è il primo degli imperatori che, appoggiandosi sull’esercito, sostituisce apertamente, senza esitazioni, l’autorità sua e quella dei funzionari dipendenti da lui all’autorità del senato. Sarebbe impossibile dire se egli invece avrebbe, volendo, potuto essere un secondo Vespasiano; e se questo mutamento dipese dalla sua ambizione o dalla forza invincibile degli eventi. Ma da questo mutamento, volontario o necessario che fosse, procedè la immane catastrofe che ora ci accingiamo a narrare e della quale quindi Settimio Severo è per la sua parte responsabile innanzi alla storia[62].
Note al Capitolo Sesto.
[55]. Dion. Cass., 76, 9; Cohen, Monnaies, IV, Sept. Severus, nn. 123-126, 128 (a. 195); 129-132 (a. 196).