V.
Ruminai a lungo, quella sera, nella mia cabina, e la mattina del sabato, svegliandomi, le confidenze della signora. No: una delle tante mogli che detestano e tormentano il marito pur volendo far credere al mondo di svisceratamente amarlo, essa non era: era stata sincera, non dubitavo più: ma la sincerità sua non mi ingarbugliava meno che la sospettata dissimulazione di prima. Strana indole e curioso ingegno, davvero! Non era sciocca, tutt’altro: ragionava spesso con acume superiore al suo sesso: e se non adorava il marito, desiderava almeno di vivere d’accordo con lui. Eppure aveva perseverato deliberatamente, di proposito, a ragione veduta — e candidamente lo confessava — per ventidue anni, in errori che una ragazza di venti anni avrebbe saputo schivare sin da principio ad occhi chiusi, per virtù d’istinto! Quante sono al mondo le donne così stolte e così buone, alle quali una breve esperienza non insegni che a far che un uomo stia soggetto alla propria volontà occorre lusingarne la vanità, non voler correggerne i vizi inveterati e profondi, e nel resto tiranneggiarlo? Tre regole eterne e sicure: ma la signora Feldmann aveva invece tenuti proprio i tre modi opposti, offendendo di continuo la vanità e disturbando l’egoismo del marito, senza imporgli mai la sua volontà, neppur quando essa aveva ragione, come nell’educazione della figlia. Eppure non mi pareva donna di debole volontà.... Come spiegare la contradizione? Nasceva essa in parte almeno da un particolare difetto dell’intelligenza? Allegra, schietta, buona, ma provvista di un intelletto alquanto rigido ed atto più a ragionar bene sulle cose che a capirle penetrandoci, tale mi appariva la signora, dopo la nostra lunga conversazione.
— Se fosse stata un uomo — pensai — diventava un teologo, un matematico o un giurista....
Sorrisi un istante, pensando che un’arida intelligenza di matematico potesse albergare in quel grazioso corpo di donna: ma riflettendoci mi parve di poter spiegare a questo modo che invece di prevalersi abilmente delle debolezze del marito, le avesse giudicate con sincerità e a fil di logica, credendo far bene, quando invece tormentava il marito senza profitto nè suo nè di lui. Senonchè dopo un po’, a ripensarci meglio, questa sola causa mi parve inadeguata a spiegare l’acerbità della discordia, poichè acerba era e assai. Poi una nuova difficoltà mi nacque nella mente: per qual ragione essa ripetesse con tanta ostinazione che suo marito era un modello di tenerezza. Al modo con cui l’aveva dipinto, nessuno proprio l’avrebbe detto. E alla fine mi chiesi se tutte quelle contradizioni e discordie non fossero anche effetto di quel misterioso turbamento e disquilibrio, di quella specie di anima doppia e discorde che tormenta tanti europei passati a vivere di là dell’Oceano. «L’europeo arricchito in America non può più vivere nè in Europa nè in America: quando è in America, smania di andare in Europa; in Europa si trova a disagio e vuol ritornare in America», mi aveva detto un ricco italiano che ci aveva cortesemente ospitati a Paranà. E mi rammentai della frase del dottor Montanari: che l’uomo non può vivere tra i due mondi, con un piede in America e l’altro in Europa. Ripensai a tanti altri europei d’America nella cui anima agitata avevo potuto guardare per qualche spiraglio: ad Antonio.... Quell’egoismo feroce e quella astuzia calcolatrice non erano forse risaliti dal fondo di un’anima non più trista di tante altre, ma rimescolata dallo scuotimento delle ripetute emigrazioni? Per la prima volta mi parve di intravedere, adombrata in quelle strane parole del dottore, una verità; e di vedermela vicina e viva dattorno, non lontana e confusa nella folla indistinta della terza classe. Anime tutte con sè stesse in discordia, questi Europei d’America: e l’Alverighi, che nell’ardente ammirazione del nuovo mondo sfogava forse il rammarico di non poter rientrare più, se non come un lontano, sconosciuto e straniero viandante carico d’oro, in quella vecchia Europa onde era partito in un’ora di sconforto: e la signora Feldmann, che rimproverava così acerbamente all’America le sue troppo greggie ricchezze, e poi ammirava sino a offuscarne il marito il più americano degli americani, Riccardo Underhill, anima ardita, pronta, ma semplice e ignara di raffinamenti, volta solo alla conquista di quelle ricchezze greggie che le incutevano orrore. Contradizione non rara negli Europei, del resto, che spesso odiano l’America e poi ammirano i Cresi americani assai più degli Americani: ma singolarissima nella signora, la quale insomma voleva che il marito fosse nel tempo stesso il più vecchio degli Europei e il più giovane degli Americani.
La mattina del sabato ragionai a lungo di questa storia con la mia signora. Ma essa vide il caso da un’altra specola, alla luce delle idee che aveva svolte in un suo bel discorso tenuto a Buenos-Aires sulla concorrenza tra uomini e donne.
— La signora — disse — soffre del male che affligge oggi tutte le signore ricche: la noia. Una volta, prima che si inventassero le macchine, la donna, anche la più ricca, doveva accudire a molte faccende nella casa. Oggi, grazie alle macchine, gli uomini fanno quasi tutto quel che una volta la donna faceva, o faceva fare nella casa: e allora che cosa è successo? Nella condizione media e nel popolo, le donne, per vivere, cercano di imparar qualche mestiere degli uomini, anche a rischio di sciuparsi la salute.... Come è capitato a Maddalena. Nelle classi alte, non sapendo che fare si annoiano; e quindi spesso litigano con il marito, tanto per aver una distrazione. Intanto gli uomini che hanno rubato alla donna quasi tutti i suoi antichi mestieri, a cominciare dalla tessitura, si lagnano che le donne fanno loro una concorrenza rovinosa!
A mezzogiorno giungemmo a 13 gradi e 34 minuti di latitudine, a 23 gradi precisi di longitudine; e nel pomeriggio il mare incominciò finalmente a tranquillarsi e i passeggeri a ricomparire. La sera, a pranzo, l’Alverighi e il Cavalcanti furono tra i commensali: non il Rosetti. Nella notte l’Oceano si placò e la domenica a colazione eravamo presenti tutti: ma non si ragionò che di cose frivole e con poco ardore. Si risentivano tutti ancora della prova subìta. Giungemmo a mezzodì a 18 gradi e 43 minuti di latitudine e a 20 gradi e 4 minuti di longitudine. Nel pomeriggio, chiaro e fresco — camminavamo rapidi verso l’autunno — oziammo in vari discorsi, sopratutto delle Canarie, distanti ormai non più che un giorno e mezzo, e incominciando pure a ragionar dell’arrivo. Eravamo giunti a mezzo del viaggio; tra una settimana, la domenica prossima, se nulla succedeva, noi passeggeremmo nelle vie di Genova. E una settimana è un così breve volger di tempo, che neppure si avverte! Dolci pensieri questi, davvero; che ci sembrava a momenti, indugiando in quelli, di essere quasi arrivati. Ma poi voltandoci a guardare indietro, come pareva lontano il giorno in cui avevamo, in un bel tramonto primaverile, levata l’àncora nella baia di Rio! Eppure non erano passati che otto giorni: uno solo di più di quanti dovevano ancora trascorrere prima di giungere in vista della desiderata lanterna di San Benigno. Quanto è lunga, dunque, una settimana! Nè ad affrettare il trotto degli stanchi cavalli del Sole in mezzo al mare, intervenne la dialettica. Due giorni di tempesta e di sofferenze erano passati, ondata immane, sugli animati discorsi dell’equatore; e tutti avevano dimenticato il progresso, la scienza e gli altri argomenti. Meditai alquanto, in quel giorno, sulla impotenza dialettica dei nostri tempi. Sì; per un momento, in mezzo al mare, l’ozio ci aveva incuriositi a verificare il significato di alcune parole — quali scienza e progresso — che tutti adoperano e nessuno sa che vogliano dire.... Ma con qualche suo piccolo movimento il mare aveva disturbato e interrotto questo gioco: chè non è che un passatempo di oziosi, oramai, il cercar di conoscere con precisione gli oggetti di cui tuttodì si discorre.
Si arrivò insomma quetamente all’ora di pranzo. Durante il quale accadde un incidente bizzarro davvero. Tra la seconda e la terza portata il dottor Montanari sopraggiunse, si sedè, spiegò il tovagliolo con mosse e faccia anche più stizzose del consueto: e subito, senza badare all’ammiraglio e al Cavalcanti:
— Stiano a sentire! — disse. — Proprio con questi Americani non si sa mai quel che vi capita! Cose da pazzi!
La novella pazzia che aveva da raccontarci era questa. Già da due giorni i servitori lo avevano avvisato che il giovane di Tucuman era in letto ammalato. Meravigliandosi di non essere chiamato al suo capezzale, aveva voluto recarsi quella sera spontaneamente a visitarlo: ma la signora gli aveva impedito di entrar nella cabina, facendogli sulla porta un lungo discorso di cui egli non aveva capita sillaba.