— Cose da pazzissimi! — sbuffò, adoperando per la prima volta, da quando lo conoscevo, il superlativo. — Non abbia paura, quella signora: visiterò il suo malato senza aprir bocca, come fossi un veterinario. Perchè proprio in questo momento mi sento veterinario.

Il Cavalcanti lo accompagnò come interprete: noi ridemmo un po’ di questa esplosione: scherzammo alquanto intorno alla scienza cristiana e alla «chirurgia mentale» della signora Eddy; sinchè, volgendomi all’Alverighi che non aveva detto parola sino ad allora:

— In America però — dissi con tono un po’ pungente — se ne vedono delle belle: non c’è che dire!

— Pochi pazzi ignoranti! — borbottò l’Alverighi, scrollando le spalle. — Chi li piglia sul serio?

— Quanto a questo, adagio! — risposi. — La «Cristian Science» ha moltissimi proseliti, e nelle classi alte e ricche. A Boston l’ho visitata anche io: hanno costruita una chiesa grande, direi ad occhio, poco meno di San Pietro; e una immensa sala; e degli scaloni; e pareti di marmo istoriate con i detti della signora Eddy e i detti di Gesù Cristo: accanto!

L’Alverighi si strinse nelle spalle.

— Il paese è così grande! C’è tanta gente! E tutti vogliono pensare con la propria testa, anche quelli che non l’hanno!

— Effetto della libertà — sentenziò l’ammiraglio.

— Inconveniente inevitabile — corresse l’Alverighi. Tacque un momento come esitando; poi: — Si fa presto, del resto, a ridere! — soggiunse.

— E che cosa dovremmo fare? — chiesi io sarcasticamente. — Convertirci alla scienza cristiana? Ricorrere all’Apocalisse come rimedio?