— Ho capito — interruppe con un fare infastidito l’ammiraglio. — Dopo l’arte tocca alla scienza: la scienza è falsa e quindi il progresso una mistificazione. Perchè di qui non si scappa. Augusto Comte ha ragione: l’idea del progresso è nata, tra la fine del seicento e il principio del settecento, dai primi trionfi della scienza. Quindi o il progresso è incremento del sapere, o è illusione.

— Difatti — rispose il Rosetti — è illusione: una illusione rovesciabile, come già avevo accennato l’altra sera. Se la scienza è istrumentale, come dice il Bergson, e ci serve a sfruttare la natura, e ci aiuta a fabbricare delle macchine, è chiaro allora: gli uomini e i popoli che non hanno bisogno di macchine, perchè non desiderano di far quattrini alla svelta, si disinteressano dalla scienza o non si interessano; e per costoro, per i Mussulmani ad esempio, anzichè la gloria e la forza del mondo, sarà un vano delirio del nostro piccolo orgoglio....

Per il labirinto di questa nuova disputa, eravamo ritornati, discorrendo, alla questione del progresso, incominciata quattro giorni prima e poi interrotta dalla tempesta. Difatti l’Alverighi, a sentir riparlare del progresso, balzò di nuovo in mezzo alla disputa:

— Noi però non siamo Mussulmani, grazie al cielo! — esclamando.

— È vero — rispose il Rosetti. — Ma e se lo diventassimo? Non mi faccia quegli occhiacci!... Intendo dire: se considerassimo un giorno la semplicità e la rassegnazione come i sommi beni della vita?

— Ma questo non accadrà mai! — esclamò reciso l’Alverighi.

— E perchè? — rispose il Rosetti. — Non abbiamo noi visto l’altro giorno che l’uomo può aver bisogno di tutto e che nulla gli è necessario? Che non c’è nessun criterio per decidere tra i bisogni umani quali sono legittimi e quali viziosi, quali obbligatori e quali facoltativi? Che perciò ha ragione tanto il mussulmano che odia le macchine, quanto l’americano che le adora? La furia di arricchire, di correre e di vivere a precipizio; la vita intensa, per parlare come Roosevelt, è più bella della vita semplice per lei, Alverighi, e per tutti gli uomini indemoniati come lei.... Ma per un filosofo epicureo? Per un pastore di Virgilio? Per un monaco del Medio Evo?...

— Ma i filosofi epicurei e i monaci del Medio Evo sono morti; e i pastori di Virgilio non sono mai esistiti.... — interruppe l’Alverighi. — Le pare che l’uomo possa smarrire un giorno lungo il cammino dei secoli il tesoro della scienza o dimenticare l’arte di costruire le sue macchine meravigliose? Che della tragedia dell’impero romano si faccia il bis, e non più nel piccolo Mediterraneo, ma sopra le due sponde dell’Atlantico addirittura? Il mondo dovrebbe rimbarbarire, allora....

— Come se il mondo potesse mai rimbarbarire! — replicò sorridendo il Rosetti. — Credi tu, Ferrero, per esempio, che anche nei tempi che sembrano a noi più calamitosi dell’impero romano, tutti si accorgessero che l’impero decadeva? No: non è vero? E per quale ragione? Perchè quella che a noi pare una grande catastrofe, se nuoceva agli uni, ad altri giovava: perchè all’antico ordine di cose seguiva un ordine nuovo, che a molti dava o prometteva o il pane o uno stato onorifico o il potere o la pace o il perdono dei peccati o il paradiso. Chiamiamoli pure secoli di ferro, se vogliamo: ma per conto nostro, non per conto dei contemporanei. Per esempio: io non so sino a qual punto gli artisti del basso impero, a cui l’altro giorno accennò il signor Cavalcanti, sentivano di essere da meno dei loro confratelli del I e II secolo. A ogni modo stia sicuro, avvocato: essi non si disperavano che non ci fossero più rivali così valenti a gareggiare con loro; e non erano a corto di buoni argomenti per dimostrare che ciò era bene. Del resto, quando discutete del progresso, ricordatevi sempre del dito mignolo di Leo! Leo ci ha mostrato come si fa per provare che il mondo va sempre bene, anche quando va a precipizio. Con un semplice rovesciamento si dimostra che i sandali sono perfetti e che il piede invece è sbagliato: che tutto quel che vediamo perire — anche se vediamo perire i principii più alti e più antichi di una civiltà — ha meritato il suo destino ed è bene perisca. Per esempio: la coltura letteraria è decaduta parecchio nell’ultimo secolo: ma chiedetene notizia a un giornalista che, in questa decadenza può spacciare a peso d’oro gli strafalcioni del suo foglio. Ma che decadenza d’Egitto: vi dimostrerà che è progresso — schietto, genuino, di zecca! Ma per l’appunto, o che cosa succede adesso con le macchine? La macchina non ha spente tutte le industrie della mano, a cominciare dal cotone e dall’India, come la signora Ferrero ci ha raccontato? Calamità immane per tutti quelli che ne vivevano: meraviglioso progresso per i fondatori delle industrie nuove. L’altra sera lei ha detto che una civiltà raffinata è una impostura: ma per un orefice o per un sarto di Rue de la Paix, stia sicuro, non c’è vera civiltà fuori di questa impostura. Noi contempliamo con orgoglio questi possenti transatlantici. Ma l’altro giorno un vecchio marinaio con cui parlavo sul cassero, mi diceva, scrollando le spalle: «Bella fatica navigare nel mare grande con queste carcasse di ferro! Navigare nel mare chiuso, con le vele, come facevamo noi, a vent’anni: allora sì che si conosceva e si faceva l’uomo di mare!» Più lo strumento è perfetto e meno cervello occorre a colui che lo adopera: il progresso dunque istupidisce gli uomini: tutto decade nel mondo, grazie al progresso, e tutto progredisce decadendo. La signora Ferrero ce lo ha dimostrato in quel suo bel libro sui «Vantaggi della degenerazione». Lei del resto, avvocato, ha già ammesso implicitamente tutte queste cose, l’altro giorno, quando ha detto che non ci può essere un criterio qualitativo del progresso, ma solo un criterio quantitativo. Noi abbiamo visto però che anche a voler scegliere il criterio quantitativo, presto o tardi ricaschiamo in un giudizio di qualità: quali bisogni sono legittimi e quali no. E questo nessuno lo può decidere. E allora? E allora, siccome lei aveva ragione di dire che un criterio qualitativo del progresso non c’è, bisogna conchiudere che non c’è nessun criterio del progresso — nè qualitativo nè quantitativo: che affermando il progresso o la decadenza di una certa cosa noi intendiamo dire che certi mutamenti operati in quella sono buoni o sono cattivi: ma un criterio sicuro, universale, imperativo con cui distinguere nel mondo, tutti d’accordo, lo zolfo dell’inferno dalla rugiada del paradiso, non sussiste: ognuno dunque definisce bene quel che gli giova, male quel che gli nuoce: tutti i nostri giudizi sulla bontà delle cose umane sono rovesciabili; quindi il progresso e la decadenza a cui crediamo sottoposte le cose, non hanno essere proprio e reale; sono, come il bello e il brutto, opinioni nostre; e ciascuno volge la sua alla parte del proprio vantaggio....

— Ma quel che lei dice, ingegnere, — replicò l’Alverighi — dimostrerebbe piuttosto che solo il progresso esiste, che il regresso e la decadenza non sono che apparenti. Dove ho letto questo pensiero, in questi ultimi tempi? In un libro recente, di sicuro.... Quel che è vitale veramente non può perire, perisce solo quello che è apparente, accidentale, caduco.... Della civiltà antica perirono le parti caduche, non quelle veramente vitali: queste si trasmisero come pensiero, istituzioni e attitudini acquisite: anzi vanno ricomparendo nei secoli.