— È matto, — sentenziò asciutto e conciso, appena il Rosetti fu partito, l’Alverighi.

L’ammiraglio e il Cavalcanti non dissero nulla; e io pure, lì per lì, tacqui. Il Rosetti era un libero pensatore, piuttosto incline al positivismo, come tanti scienziati della vecchia generazione: quindi doveva ragionare per ironia, come spesso soleva. Ma aveva ragionato così serio, serrato e quasi veemente! Eran sei mesi che non lo vedevo: si sarebbe anche egli convertito, come tanti altri, in quel tempo, alla filosofia oggi in voga? Passeggiammo un poco in silenzio. Alla fine io dissi che scherzava.

— Ma dica da senno o per burla — troncò l’Alverighi — io non ammetterò mai che gli uomini consentiranno ad essere più poveri quando potrebbero essere più ricchi. Ve lo imaginate voi un san Francesco redivivo, e che non finisse a domicilio coatto?... O in manicomio?

— Io penso invece — obiettò il Cavalcanti — che non farebbe male alla Ragione umiliarsi ogni tanto un po’ e fare penitenza, insieme con tutte le Cupidigie e le Vanità del mondo moderno. C’è del buono, in queste idee.... Quel che mi turba però è la teoria dell’interesse.... Interessata la bellezza! Interessata la verità! Sempre ci ripenso, a questa idea; non riesco a capacitarmene interamente, e non so confutarla. È un enigma che non riesco a decifrare!

— E curioso è poi, — aggiunsi io — che queste teorie sian formulate dal più disinteressato degli uomini!

VII.

Dei tonfi sordi e lo scrosciare di una cascata mi svegliarono per tempo, il lunedì mattina.

— Piove a dirotto? — mi chiesi nella penombra del primo destarmi.

Poi capii che i marinai stavano lavando la nave. Era l’alba, dunque. Aprii il finestrino. Laggiù, ad Oriente, già si vedevano entro poche nuvole oscure rigate di fiamma le porte dell’aurora rosseggiare socchiuse ad un primo spiraglio, sull’Oceano ancora grigio di sonno. Richiusi il finestrino; cercai di riassopirmi, ma invano: sinchè mi risolvei a levarmi, quella mattina, con l’eterno risvegliatore del mondo. Quando uscii sul ponte, deserto e madido dei torrenti che i marinai versavano a piene secchie, le porte dell’Aurora erano ormai spalancate; il Sole era già uscito, ravvolto di fiamma purpurea, nel sereno firmamento; percosso da quella fiamma, l’Oceano rosseggiava nel mezzo, simile a un vasto lago di zaffiro attraversato da un fiume di fuoco. Una purezza incontaminata di luce novella, soave ed ardente, empiva l’aria, gli occhi, l’anima; e in quella il «Cordova» pareva gittare allegramente il suo fumo negro e andar più veloce, come in un mondo rinato; gioioso di essere finalmente uscito da tanta tenebra notturna in quella celeste beatitudine mattutina. Una sùbita voglia di poesia mi prese: ritornai nella cabina a cercare «Un libro di versi» di Olindo Malagodi che anch’io, come l’Alverighi, avevo portato tra i miei libri di viaggio; e sul ponte superiore deserto, in faccia al mare e sotto il cielo di zaffiro, in riva al gran fiume di fuoco che rosseggiava nell’Oceano, tra i marinai che svelti e scalzi finivano di lavare la nave, di nuovo mi smarrii in compagnia del poeta in quella strana natura, fantasticata a sentire umanamente con tanta originalità da una delle più vive immaginazioni e delle più squisite sensibilità di panteista che io conosca tra i poeti contemporanei: dipinta nel tempo stesso con così vivi colori e con così netto disegno a parer vera e viva. Fremetti agli arcani sussurri di ignote foreste:

.... E de la vita nuovo pellegrino,