— E a noi butta qualche marengo, almeno! — gridò una rozza voce, in rozzo piemontese.
Qualcuno sghignazzò, altri protestarono: non potei veder quel che successe, perchè dovetti seguire la signora che si era mossa. A metà del ponte ci incontrammo con il Vazquez, che salutò la signora e sospirando:
— Se fosse il «Mafalda», domani arriveremmo a Genova e non alle Canarie! L’ho fatta grossa a pigliar questo battello! Ma l’avvocato l’ha voluto.
Ragionammo un po’; poi ci separammo. Di lì a poco il Cavalcanti mi lesse dei brani di Vivekananda; ragionammo a lungo della singolare uscita del Rosetti. Egli l’approvava: io dissi che il Rosetti parlava per ironia, mirando altrove: ma dove? Passò in fretta l’Alverighi; e:
— Contemplate l’immobilità del Tutto? — disse ridendo. — Son proprio curioso di sapere come mai io sarei diventato vedantista!
Il Cavalcanti mi raccontò di aver finalmente scoperto che tutte le dicerie intorno alla signora Feldmann e alle sue ricchezze erano messe in giro da Lisetta, la cameriera. L’aveva sorpresa, poco prima, a raccontare in gran segreto alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo come la signora avesse un bagno d’oro massiccio, dove ogni giorno essa tuffava il suo bel corpo in un’acqua in cui erano state profuse cinquecento lire di non so più quali preziosissimi aromi e che a ogni viaggio essa soleva dare alla fine una festa e fare un regalo prezioso a tutti i passeggeri.
Ma la discussione, interrotta alla mattina, ridivampò verso la fine del pranzo, dopochè avemmo ragionato a sazietà della salute del signor Yriondo e dell’imminente arrivo alle Canarie. Al caffè l’Alverighi pregò in tono di scherzo il Rosetti di spiegargli come mai egli fosse vedantista senza saperlo. E il Rosetti subito lo soddisfece.
— Ma non ci ha persuasi, proprio lei, che ogni singolo uomo è la misura infallibile e insindacabile del Bello e del Brutto? che deve difendere con tutte le forze questo suo quasi divino diritto? Senonchè quale ragione ci sarebbe di non andare più oltre e di non chiederci: e perchè solo del Bello e del Brutto, e non anche del Vero e del Falso, del Bene e del Male? E noi difatti abbiamo, seguendo le sue orme, illuminati tutti i criteri che ci servono a giudicare le qualità delle cose: non solamente se sono belle o se sono brutte, ma anche se son vere o se son false, se sono buone o cattive, e quindi anche a giudicare il progresso e la decadenza, la civiltà e la barbarie, altrettanti nomi diversi per dire che certi mutamenti sono buoni o cattivi. E abbiamo scoperto che tutti questi criteri sono personali, rovesciabili, mutevoli, perchè dipendono dai nostri desideri e dai nostri interessi; che non uno solo è eterno, universale, imperativo. Ogni uomo è quindi la misura dell’universo, come ha detto lei, Cavalcanti. Ma di qui nasce, mi pare, che tutte le differenze che noi vediamo nelle cose, e per cui lodiamo come belle certe cose e spregiamo come brutte certe altre, definiamo queste buone e quelle cattive, affermiamo che le une sono vere e le altre false, sono apparenti; poichè dipendono da noi e dai nostri stati di coscienza, che semplici o compositi, primigeni o derivati, mutano di continuo, di ora in ora, come muta di colore un fiume che va: e se le differenze delle cose sono apparenti, il mondo è sempre identico a sè medesimo. A che scopo dunque ci sforzeremo di smuoverlo dalla sua sublime impassibilità, di alterarne la invulnerabile identità? E che cosa è l’energia delle nostre razze, che credono di rifar l’universo in forme sempre nuove; che cosa sono le nostre macchine, la nostra scienza, il tanto vantato progresso, e perfino le bramate ricchezze, se non l’illusione del cavallo che volgendo con i suoi piedi la ruota crede di correre per il vasto mondo e non fa un passo avanti? Certo al mugnaio importa assai che il cavallo cammini anche se non fa strada, e gli macini il grano: ma esso, il povero cavallo, se potesse togliersi alla tirannia del mugnaio, uscirebbe dalla ruota e si adagerebbe per terra in dolce quiete. Così l’uomo moderno gira nella ruota del progresso, dove lo hanno chiuso la cupidigia, la smania del lusso, l’orgoglio della ragione imbaldanzito da qualche piccolo successo, una oligarchia potente e cupida: e li si illude di camminare verso una meta lontana mentre è sempre nel luogo medesimo. Chè non altro è il progresso moderno! Ha letto l’acuto libro di Giorgio Sorel su le «Illusions du progrès»? Io non capisco dunque per qual ragione l’uomo non dovrebbe un giorno uscire anche da questa rota infernale. Non sono giunti, come lei ci ha detto, i tempi della libertà? Non ha lei denunciate con ardente eloquenza le oligarchie intellettuali della vecchia Europa, che vorrebbero asservire gli uomini alla loro ambizione e cupidigia, dando ad intendere che esse conoscono il modello unico della perfetta bellezza e posseggono il tesoro della assoluta verità? Non ha lei magnificata la bella rivolta dell’uomo moderno, che rivendica a sè stesso il diritto di crearsi il proprio criterio e modello della bellezza, seguendo l’intima voce della coscienza, libero da imposizioni, immune da violenze? Ma a che ci servirebbe esserci sottratti al giogo di quelle antiche oligarchie di filosofi, di critici, di esteti, di giuristi, di professori, di teologi, se caschiamo in balia di una oligarchia di banchieri, di fabbricanti di macchine, di scienziati e inventori insaziabili, che mirano a conquistare l’impero del mondo, dando a credere agli uomini che essi conoscono quale è il vero progresso, che posseggono nientedimeno che la nuova pietra filosofale: la introvabile definizione del Bene assoluto? Libertà, libertà! L’uomo non deve conquistare solamente il diritto di godersi liberamente, a quattr’occhi con sè medesimo, la bellezza: ma anche il diritto, non meno divino, di scegliersi il giusto e savio modo di vivere, libero da imposizioni di interessi e di oligarchie tiranniche, all’aria aperta, fuori della ruota del progresso.... E il giorno in cui l’uomo sia scappato da quella infernale, macchinosa e sgangheratissima ruota del progresso capirà che è vana e mortale illusione correre per non stare, affaccendarsi per non oziare, bramar la ricchezza per non essere poveri: cercherà di disinteressarsi non solo dall’arte, come ella diceva, ma dalla scienza, dalla ricchezza, da tutto: perchè non c’è ragione di disinteressarsi da una illusione, per invischiarsi in un’altra: si rifugierà nel Nirvana, nell’Atarassia, nell’Estasi.... La civiltà delle macchine svaporerà dal mondo, signora Ferrero, in una grande estasi....
Se nel tono del discorso pareva infuso un soffio leggero di ironia, il ragionamento filava diritto e rigoroso. Anche l’Alverighi ristette un istante come interdetto, e poi non seppe rispondere se non:
— Ma pensi, ingegnere; ma pensi! Che rivoluzione sarebbe! Altro che la Rivoluzione Francese!