— Senza dubbio, — replicò senza titubare il Rosetti. — Anzi la sola vera rivoluzione. Io rido quando sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi, che proclamano primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni! L’impero del capitale non rovinerà che il giorno in cui il popolo prenderà in orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta con quelli.
— Ma non è possibile, non è possibile — ripetè più vivacemente ancora l’Alverighi. — Può lei neanche per un momento supporre che un uomo voglia restare povero quando potrebbe esser ricco? Guadagnar la metà piuttosto che il doppio?
— E perchè no? — rispose il Rosetti. — La povertà fu giudicata buona e salutare da infinite generazioni. Il cristianesimo l’ha santificata addirittura....
— La volpe e l’uva acerba! — disse l’Alverighi. — Era troppo difficile allora arricchire! Ma dopo l’America e le macchine....
— Anche oggi però — osservò il Rosetti — chi vuol guadagnar molto, deve lavorare assai. E non a tutti gli uomini questa fatica incessante della mente è piacevole: ce ne son molti che, se potessero, amerebbero meglio di lavorar meno, pur essendo più poveri.
— Se potessero! — colse al volo l’Alverighi. — Ma non possono.
— Perchè gli altri comandano....
— Come è giusto!
— Giusto? Ma e la libertà? Perchè protesta allora contro le oligarchie intellettuali dell’Europa, se poi....
— Ma — interruppe l’Alverighi — le oligarchie che impongono il progresso alla moltitudine, giovano anche a questa, poichè la arricchiscono, contro sua voglia, a suo marcio dispetto. Gli operai volevano pur rompere le macchine, in principio; e quanto le maledirono! E le macchine hanno fatto dell’operaio il re, anzi il tiranno del mondo.