L’Alverighi tacque un istante, la faccia risentita, l’occhio acceso: poi incrociò le braccia, si protese avanti sulla tavola sparecchiata; e guardando insieme il Cavalcanti e il Rosetti:
— Ma sapete che cosa ho da dirvi, tanto per conchiudere? — disse. — Perchè abbiamo chiacchierato abbastanza, mi pare. Debbo dirvi questo: che voi e tutti i filosofi del mondo potrete scervellarvi sinchè volete, per dimostrare che la ricchezza è un sogno, un’illusione, un delirio: ma gli uomini continueranno ad andare dall’Europa, dove c’è miseria, in America dove c’è ricchezza; e in Europa e in America continueranno ad arrovellarsi da mattina a sera per inseguirla e abbrancarla, questa vana illusione della ricchezza; e quando la possederanno saranno felici, quando non l’avranno si dispereranno; e a tutti i predicatori di semplicità volteranno le spalle, domani, come oggi, come dopo domani. La ricchezza sarà un’illusione o sarà una realtà: ma illusione o realtà, l’uomo moderno è così fatto, che se ne infischia dell’arte, della giustizia, della morale, delle tradizioni, del nirvana, dell’atarassia e di tutta le altre vostre favole: e invece i quattrini, — li quattrini, come dicono a Roma — l’oro, la ricchezza, li vuole, li vuole, li vuole. Li vuole, e basta.
Diede un pugno sui tavolo, e si alzò. Il Rosetti fece un gesto come per trattenerlo; ma:
— Non ascolto più ragioni — disse l’altro brusco. — Per mio conto ho finito. Ci avviciniamo all’Europa e debbo lavorare al mio rapporto per i banchieri di Parigi.
E rapido se ne andò....
Uscimmo anche noi dopo qualche minuto, commentando questa imprevista conclusione della lunga disputa.
— S’è proprio stizzito sul serio, questa volta! — disse il Cavalcanti un po’ angustiato.
— Non ha poi tutti i torti — dissi io. — Il mondo addirittura, gli ha fatto sparire sotto gli occhi, come in un giuoco di bussolotti, il signor Rosetti. Che lei si sia convertito al vedantismo, non me lo farà credere, ingegnere.
Sorrise e non disse nulla.
A poco a poco tutti si dispersero, i più a scrivere delle lettere che dovevano essere impostate alla volta dell’America il giorno dopo, a Las Palmas. Io passeggiai di nuovo colla signora Feldmann alla quale raccontai le nuove dicerie che correvano su lei nella terza e nella prima classe, senza però dirle che Lisetta ne era la fonte. Rise: poi mi parlò ancora una volta dei telegrammi che aspettava il giorno seguente, ma con serenità.