— Sono i dispacci per la signora — disse sorridendo. — Arrivederci all’Hôtel de France.

E scesi, preceduto dal Cavalcanti, la scala traballante, lungo il ventre nero del «Cordova».

Subito il vaporino si staccò e trasse rapido verso la riva. Che gioia sentirsi di nuovo la terra immota e salda sotto i piedi e intorno lo spazio non misurato! Giulivi come prigionieri liberati, quasi di corsa, infilammo la via fangosa che conduceva alla graziosa cittadina, seguiti da un Cicerone che ci offrì i suoi servizi, finchè il signor Vazquez lo assoldò: e chiacchierando allegramente, mostrandoci a vicenda le cose curiose, scherzando intorno alla conversazione della sera precedente, domandando al Cavalcanti notizie del signor Vivekananda e all’Alverighi se voleva convertirsi al vedantismo o farsi frate, ridendo forte e gridando, invademmo — romorosa brigata — le vie deserte e silenziose della cittadina dalle piccole case e dai giardini interiori, che verdeggiano folti nel fondo attraverso le porte socchiuse. Solo l’Alverighi era taciturno e imbronciato: non c’era dubbio, perchè l’angustiava la disfatta subita la sera innanzi. Non aver potuto oppugnare che le macchine conducono all’estasi e che la ricchezza non è migliore della povertà!

Visitammo la cattedrale. Qui, innanzi all’altar maggiore, mentre insieme lo guardavamo e gli altri erano dispersi per la chiesa, il Cavalcanti mi disse ad un tratto:

— Eppure era comodo, quando gli uomini credevano in Dio! Sapevano allora quel che dovevano ammirare, odiare, amare, spregiare. Adesso invece! No: la vita non può essere soltanto un sistema di interessi come sostiene il Rosetti, se lo sostiene sul serio: e il vedantismo, il disinteressamento universale, non può essere che uno espediente transitorio per vincere la nausea di vivere solamente per il proprio tornaconto, come gli uomini fanno oggi. Dio deve rinascere; o meglio non è morto mai: dovrà solo pigliare il suo schietto nome, che è: la Vita! Lei aveva ragione, ieri sera: gli interessi si interpongono tra noi e la Vita come una nebbia; e in quella nebbia, la Bellezza, la Verità, la Virtù ci sembrano delle illusioni. Ma non lasciamoci ingannare dalla nebbia; slanciamoci, come Faust, nella Vita; viviamola nelle sue mille forme con fervore, con sincerità, liberamente: e capiremo l’Assoluto, palperemo il Reale, troveremo Dio dappertutto.... In un fiore.... In un fremito d’amore.... In una statua greca.... In una scena d’Amleto....

Sopraggiunse il Cicerone e volle a ogni costo condurci al palazzo di giustizia e mostrarci il gentile strumento con cui la giustizia spagnuola strozza i condannati alla pena capitale, narrandoci vita, morte e delitti degli ultimi giustiziati. All’uscita, un acquazzone, anzi un diluvio addirittura, ci fermò per mezz’ora: poi visitammo altre chiese; girovagammo ancora; e verso mezzogiorno ci trovammo all’Hôtel de France.

Ma l’ammiraglio non c’era. Aspettammo un po’; suonarono le dodici e mezzo.

— La pioggia avrà spaventata la signora — disse il Rosetti.

E risolvemmo di metterci a tavola. Durante il pranzo ragionammo di varie cose: scherzammo di nuovo un poco intorno a Vivekananda: poi approfittammo del tempo rischiaratosi per fare un lungo giro nei dintorni di Las Palmas e nelle botteghe della città. Verso le quattro e mezzo ritornammo a bordo.

Povero «Cordova»! In che modo era conciato! Polveroso e nero come una carbonaia. Per fortuna già le stive rigurgitavano; e i marinai incominciavano a ripulire il ponte alla meglio. Lasciai la Gina alle prese con i venditori di merletti che insieme con i venditori di sigari avevano invasa la parte pulita della nave: e difilato andai nella cabina, per le scale interne, perchè le porte che davano sul ponte erano chiuse. Ma nell’andito incontrai Lisetta, che rapida, quasi di corsa, mi passò accanto, con una faccia seria come chi va per cosa spiacevole e di premura. Nel momento in cui stavo per aprire la porta della mia cabina, vidi il dottore salire rapido al piano superiore; entrai nella cabina: ma mentre mutavo panni, sentii più volte il campanello suonare nell’andito lungamente, come impazientito, e la cameriera di bordo gridare, tra affannata e irritata: