— È disperata! — disse. — Proprio deve amar suo marito anche più che non credessi.
Discutemmo un po’ su questo punto: il Cavalcanti avventurò la supposizione che l’animo della signora avesse ceduto alla prima sorpresa, ma che si riavrebbe presto: poi tutti insieme invitammo il Rosetti a narrarci la favola promessa. Il Rosetti accese un sigaro; e sorridendo incominciò:
— Dovete dunque sapere che da un pezzo Prometeo, legato sul Caucaso, si rodeva il fegato da sè più ancora che non glielo rodesse l’avvoltoio. Imaginarsi! Aver plasmato l’uomo dal fango, avergli dato il fuoco e insegnate le arti: e poi, per ricompensa, essere incatenato sopra una vetta nevosa del Caucaso dall’invidia degli Dei; ed essere dimenticato lassù dagli uomini che, quando l’avevan visto in catene, si erano affrettati a conchiudere che il torto era suo, tutto suo, di averli creati e istruiti! Glielo avevano forse chiesto, essi, di esser creati? Prometeo voleva vendicarsi e ruminava nella solitudine del Caucaso strani pensieri: fuggire in qualche grande deserto e in quello creare con il fuoco una nuova generazione di Titani, straordinaria, meravigliosa, unica addirittura, che non fosse solo cento volte più robusta della prima, ma che fosse senza paura e incorruttibile, che Giove non potesse nè atterrirla con i suoi fulmini nè corromperla. Un’impresa, che a ogni altro sarebbe apparsa impossibile! Difatti quando se ne aprì con Vulcano, che ogni tanto Giove mandava a saggiargli i ferri se erano saldi, e gli chiese perchè si ostinasse a restar nell’Olimpo, egli, il paria degli Dei, lo zimbello di Giove, di Giunone, di Venere e di Marte, e lo invitò a fuggir con lui, e gli promise, se l’aiutasse, di farlo unico Dio dell’Olimpo, Vulcano quel giorno credè che Prometeo fosse ammattito per i patimenti. Ma finalmente un bel giorno Cristoforo Colombo scoprì l’America. Bisogna sapere che, dopo la scoperta dell’America, ci fu un gran subbuglio, non solo sulla terra ma anche in cielo. I vecchi Dei, abituati da un pezzo a governare il piccolo Mediterraneo, non se l’aspettavano una seccatura di quella forza: come i governi e la diplomazia moderna, non volevano fastidi: erano ligi, per quel che riguardava il mondo e la geografia, al principio dello statu quo. Ci furono dunque discussioni e litigi in quantità, tra i vecchi Dei del Mediterraneo, per decidere quel che fare del nuovo mondo, se colonizzarlo dì ninfe, di fauni, di driadi, di eroi e via dicendo; e del subbuglio approfittarono Prometeo e Vulcano, che alla fine si decise, per volgere le spalle al Mediterraneo. Scapparono in America con i famosi pellegrini. Imaginatevi quel che successe nell’Olimpo quando si seppe che il rapitore del fuoco non era più su la vetta del Caucaso, ma in America e con Vulcano! Giove radunò subito il consiglio dei ministri — cioè mi sbagliavo — degli Dei; all’unanimità fu deliberato di destituire l’avvoltoio: poi si disputò a lungo se mandare o no in America una spedizione a catturarlo. Ma era così lontana, l’America! Alla fine Minerva fece una proposta degna della più giudiziosa fra le Dee. «L’America — essa disse — è un immenso deserto; perciò noi non sappiamo a che uso destinarla: ebbene, facciamone la prigione di Prometeo e di Vulcano che è fuggito con lui.... Abbandoniamola a loro. Che cosa potranno fare i due sciagurati, soli con il loro fuoco, in quel deserto, dove non ci sono uomini e dove non ce ne anderanno mai, se noi non ci porteremo, oltre il fuoco, gli altri beni delle vita che dipendono da noi?» E così parve. Soli tra gli Dei dell’antico Olimpo mediterraneo Prometeo e Vulcano si stabilirono in America esiliati; e da principio errarono solinghi e miseri per le pianure e le montagne selvaggie del nuovo mondo, in compagnia della propria ombra; perchè Vulcano, avvilito della lunga umiliazione subita sotto gli Dei mediterranei, non credeva da principio che si potessero crear dei Titani, come li voleva Prometeo, fedeli, incorruttibili e senza paure. Incorruttibile e senza paura, fu mai nessun animale, uomo o semidio? Ma Prometeo era ostinato.... Scoprì le miniere di carbone, i laghi sotterranei di petrolio; e con questi combustibili e con l’elettricità che aveva scoperta nel vecchio mondo incominciò a creare nel deserto la nuova generazione dei Titani.... Voglio dire le macchine! Che cosa sono le macchine mosse dal vapore e dall’elettricità, la ferrovia, il telefono, il telegrafo, la dinamo, il forno Bessemer, le macchine agricole e tutte le altre, se non il secondo furto del fuoco, principio di tutte le arti o, come si dice adesso, di ogni progresso?... E allora si vide quel prodigio che lei, avvocato, ha magnificato tante volte a ragione: i deserti delle due Americhe, condannati anch’essi dagli antichi Dei mediterranei alla sterilità eterna, incominciarono invece a fruttificare con abbondanza incredibile.... Più forti dello spazio, del tempo, del deserto, della montagna, dell’Oceano, della terra, i Titani frugavano veloci, impassibili, infaticabili tutti i ripostigli della natura. Imaginarsi lo stupore e la gioia dei pochi disperati, che avevano cercato in quei deserti la libertà, a prezzo di stenti! In ginocchio addirittura caddero davanti a quei Titani e incominciarono a gridare: «Li abbiamo trovati, finalmente, gli Dei davvero amici degli uomini! Gli Dei che stiamo cercando dal principio del tempo! Gli Dei non sospettosi, non duri alle preghiere, non interessati e avari come gli Dei mediterranei, dai quali per tanti secoli abbiamo supplicato invano l’abbondanza, la salute, la ricchezza, la pace, e non ce ne hanno largita mai che qualche minuzzolo; e a stento, con mille rabbuffi, facendo tanto di occhiacci». La più giudiziosa delle Dee, Minerva, che stava all’erta, si impensierì: vi ricorderete che essa aveva consigliato di imprigionar Prometeo e Vulcano in America: e corse da Giove.... Ma Giove, seduto sul suo trono d’oro, ascoltò; volse lento e solenne lo sguardo verso il mondo nuovo; rimirò un istante quegli immensi deserti, gli uni coperti di neve, gli altri arsi dal sole, in cui a stento perfino i suoi occhi discernevano qua e là qualche villaggio o cittaduzza, accampamento più che città; e scrollando le spalle: «Non te ne dar pensiero, figlia» rispose. Ma intanto la notizia che nel nuovo mondo si erano finalmente scoperti questi nuovi e portentosi Dei, amici davvero degli uomini e non tiranni e gendarmi, si divulgava nel vecchio: i più arditi salparono, altri tennero loro dietro; a poco a poco il passaggio dall’uno all’altro mondo per cercare i nuovi Dei ingrossò, diventò ressa, e quasi fuga precipitosa. Alla fine anche gli Dei dell’Olimpo si spaventarono: la clientela si disperdeva; e quindi da Giove ogni dì, ora l’uno ora l’altro: perfino le Muse ci andarono, mi pare.... Anzi sì, ci andarono dopochè Prometeo ebbe inventata la pianola elettrica! Sicuro: condotte da Apollo, in processione, con le chiome disciolte, le Muse andarono a strillare furiosamente presso il trono di Giove che Prometeo aveva voluto far loro un atroce dispetto. Giove — sia detto in confidenza — era un po’ rimbecillito. Come tutti i potenti invecchiati nel governare, del resto. Ed anche era un po’ troppo distratto da Leda e da Danae e non ricordo più da quale altra donnina del mezzo cielo. A quell’età, capirete!... Era quindi diventato un Giove parlamentare, e diceva: «Farò, vedrò, provvederò; lasciate fare a me». Ma non faceva nulla. Un giorno però gli Americani ebbero addirittura la sfacciataggine di convocare gli Dei dell’universo e quindi anche i vecchi Dei mediterranei a congresso, in Cicago: e quel giorno anche Giove si risvegliò, anzi andò su tutte le furie: tempestò con un terremoto l’Italia meridionale; scacciò infuriato Danae e Leda; convocò il consiglio degli Dei; rimproverò acerbamente agli altri Dei gli errori proprii; gridò che era tempo di agire; e incominciò a tempestare con la sua folgore i nuovi Titani. Ma ahimè: l’astuto Prometeo l’aveva scoperto il modo di creare dei Titani fedeli, incorruttibili e senza paura! Li aveva creati senza cervello. Quando, nell’Olimpo, si accorsero dell’infernale stratagemma di Prometeo, successe il finimondo. E se gli uomini si smaliziassero alla fine per davvero, aprissero gli occhi e capissero che per vivere beati non avevano che da adorare degli Dei ciechi, sordi, muti e senza cervello? Presto, presto occorreva negoziare: far delle offerte a Vulcano, perchè in cambio imponesse ai suoi innumerevoli fedeli anche il culto degli altri antichi Dei mediterranei. Marte, Pluto, Cerere e Bacco si dichiararono pronti a mettersi alla scuola di Prometeo; a far la guerra, il vino, la mietitura e l’oro a macchina. Minerva disse che acconsentiva a fare un corso di perfezionamento in una università della Germania e a studiare il calcolo infinitesimale, la fisica e la chimica. Venere, che era pronta a ricongiungersi con Vulcano sotto il medesimo tetto e a promettergli la fedeltà, ma questa volta sul seriissimo. Giove e Giunone, infine, di trattarlo come un figlio, che ha fatto molto onore nel mondo ai suoi genitori. Apollo solo, che aveva assistito imbronciato alla seduta, non disse nulla. Fu dunque spedito Mercurio.... E Mercurio ritornò con questa risposta: Vulcano e Prometeo accettavano il patto, aggiungendo però una condizione: che gli Dei si impegnassero a non porre mai, per nessun motivo o ragione o pretesto, nessun freno, condizione o limite alla velocità e alla forza dei Titani, perchè questi altrimenti, pur docili e senza cervello come erano, si sarebbero ribellati anche a Vulcano e a Prometeo. «Corrano sinchè creperanno», grugnì rabbioso Giove. E gli Dei stavano già per approvare il trattato, quando Apollo balzò in piedi: e alto, agile, bello, coronato di luce: «Non mai, non mai! — gridò. — Se la vecchiaia, o Zeus, ti fa pesante nelle mani quello scettro del mondo che hai retto per tanti secoli con tanto vigore; se la mollezza e la viltà che accompagnano sempre le lunghe e sicure dominazioni vi fanno pronti voi, colleghi di Olimpo, ad accettare come un savio patto una così torbida insidia, non io che sono il calore e la luce del mondo, la vita iniziale di ogni seme, la prima spinta di ogni moto, l’impeto primordiale di ogni forza, il faro universale della verità, della bellezza e della virtù; non io che illumino, riscaldo, rinnovo, vivifico e guido per le sue vie il mondo; non io mi acconcierò a ricevere da pari, qui sull’Olimpo, i due impostori che ingannano laggiù la miserabile specie umana, mascherandosi per i trivi da Apollo; e appendendo ogni sera lungo le vie della città, sulle teste degli uomini, dei ridicoli soli da tasca, li hanno persuasi a infrangere la santissima legge del giorno e della notte che io diedi all’uomo, come principio di saggezza e di salute; e accendendo qua e là per il mondo dei piccoli fuochi ed inventando dei piccoli ordigni voglion far credere agli uomini che essi possono quel che neppur io non potrei. Onta sarebbe: e non onta solo, ma stoltezza, riceverli qui e accettare il chiesto impegno. Ascoltate infatti quel che io vi dico.... Io vi dico che il giorno in cui nessun limite più, nessun freno o misura sarà posta alla velocità e alla forza del nuovi Titani senza cervello, noi, Dei dell’antico Olimpo mediterraneo, precipiteremo tutti dai nostri troni dorati: e unico Dio impererà sui due mondi, adorato dalla moltitudine con la faccia prona al suolo, come nei primi tempi della storia, il Fuoco!
Ciò detto, il Rosetti tacque d’improvviso. Ma se tutti noi avevamo ascoltata sorridendo questa bizzarra satira delle macchine, nessuno ne aveva capita la inaspettata conclusione; e l’Alverighi espresse il pensiero comune, dicendo, dopo una pausa:
— Ebbene? E poi?
— E poi, che cosa? — rispose il Rosetti, sempre sorridendo.
— E poi, — replicò l’Alverighi, — desidererei saper come lei risponde a quel che ho detto. Perchè ancora non ha risposto.... E penso, che gli altri....
— Lei non ha capito? — chiese il Rosetti, fingendo una leggera meraviglia. — Eppure Apollo è il Dio della Luce.... Ma è vero: non ci pensavo: le luci artificiali hanno ormai guasti tutti gli occhi. Occorre dunque che io mi provi a chiosare Apollo, per illuminare la luce? — Ma a questo punto trasse l’orologio, e: — Mancan pochi minuti alle undici, — disse. — E il discorso sarebbe lungo. Io sono stanco; ho girato parecchie ore quest’oggi a Las Palmas e alla mia età.... Se mi permettete, vi spiegherò domani il discorso di Apollo.
E ci salutò. Noi restammo alquanto a ragionar di questa bizzarra favola.
— Mi sembra una brillante satira delle macchine — disse l’ammiraglio. — Piacerà alla signora Ferrero. Ma non vedo il filo che la dovrebbe legare ai nostri discorsi di questa sera.