— Mi par però che me li tratti di barbari o quasi. Non le pare un difettaccio, dirò così, piuttosto grave?...
— «Pour des barbares, il est bien sûr qu’ils le sont....», — rispose ergendo il busto, guardandomi in faccia e piegando ad anfora le belle braccia sul capo, per riassettare con le svelte dita i pettini sopra la corona dei capelli, con il tono sicuro e naturale di chi dice cosa evidente di per sè. — Ma non ha visto lei come guastano le cose più belle?
E tacque, intenta a domare l’ultimo dei pettini, che resisteva alla pressione delle piccole dita.
— Per esempio? — dissi io.
— Per esempio, il Metropolitan; — rispose, ripigliando in mano il lavoro. — È un bel teatro; gli spettacoli sono magnifici.... Ma ecco, ad un tratto, bisogna infilare in fretta gli ermellini e le pelliccie, ravvolgersi la testa nella sciarpa, impugnare gli strascichi; e giù di corsa, per gli anditi angusti e le scalette ripide, sin nella trivialità di Broadway; a cercare affannosamente sui marciapiedi sudici, tra i cocchieri e gli chauffeurs che vociano, la propria vettura....
L’interruppi, osservando che il non aver edificato in New-York un teatro monumentale, non era ragione sufficiente a definir barbaro un popolo che aveva fatte tante grandi cose, sopra un così vasto continente.
— Ma tutta l’America — replicò — rassomiglia a una rappresentazione del Metropolitan, e all’architettura di New-York. Disordine babelico dappertutto; non una sfumatura, mai; trapassi sempre bruschi, repentini, violenti che rimescolerebbero il sangue anche ad un elefante. Ma non sentono dunque che cosa sia una stonatura, questi Americani?
L’osservazione, anche se espressa con forma un po’ bizzarra, non era sciocca. Non volendo però darle ragione, rammentai scherzando alla signora i discorsi fatti la sera precedente.
— Ma ieri sera anche lei ha udita, signora, la nuova parola dei tempi. L’America è lo specchio della giovinezza del mondo....
Tacque un momento, poi con forza, quasi con ira: