— Ho incontrati nella vita pochi uomini che mi siano più antipatici di quel.... Come si chiama? Chi è? E antipatico anche a lei, spero. Che villano rifatto! Ha osservato come veste?
E scoppiò in una fragorosa risata! Confessai che non ci avevo badato: parermi però che l’Alverighi di solito vestisse con eleganza.
— Ma non ha visto, ieri sera? — incalzò subito. — Aveva un tait nero e un gilet grigio incensurabili; e poi e poi.... un paio di calzoni turchino scuri....
E rise di nuovo. Mi strinsi nelle spalle e un po’ sarcasticamente:
— Badi, signora, che un giorno non le chieda in nome di quale autorità lei vuole impedirgli di appaiare il nero, il grigio e il turchino. Se però le dà fastidio il sentirlo, ho il dispiacere di dirle che parlerà ancora, e molto. Ieri sera ci ha demolito Parigi, la tragedia e la scultura greca; questa sera tocca a Shakespeare....
— Un americano difenderà dunque l’arte della vecchia Europa contro un europeo? — conchiuse, quando le ebbi raccontato quel che si era combinato a colazione. — Ma non importa: voglio assistere alla discussione; mi servirà, se non altro, come esercizio di italiano.
Ragionammo ancora un poco; poi la salutai. Sull’altro fianco della nave, quasi interamente sdraiato sopra un seggiolone, come sopra un letto, stava l’Alverighi, anche egli intento a leggere un libro. Per terra, a destra e a sinistra, parecchi libri giacevano alla rinfusa. Mi trattenni un poco con lui, e vedendo che leggeva «Amleto» in una edizione inglese; ed aveva per terra a portata di mano la traduzione del Rusconi:
— Si prepara per questa sera? — gli dissi.
Raccattai da terra un dopo l’altro i libri che giacevano intorno a lui: erano la «Patria lontana» di Enrico Corradini, il «Libro di Versi» di Olindo Malagodi, l’«Evolution creatrice» del Bergson, le «Vues d’Amerique» di Paul Adam, il «Volonté et Liberté» del Lutoslawski. Osservai pure che questi libri erano gualciti, come se fossero stati molto maneggiati; ma che nel tempo stesso di nessuno tutte le carte erano state tagliate. Chiacchierai un poco con lui; poi gingillai sino all’ora del pranzo, scherzando ironicamente con gli altri amici sull’imminente macello di «Amleto» e pensando ogni tanto alla signora, alla vivacità e alle contradizioni dei suoi discorsi, a quella sua maniera di trattare cordiale e graziosa, a quel tono spigliato e sicuro, serio e frivolo nel tempo stesso, con cui parlava.
E quando finalmente la sera, in ritardo come al solito, la signora Feldmann venne alla mensa, indossando un altro abito di gala non meno sfarzoso ma questa volta tutto nero — cosicchè sul nero del tronco le spalle e il collo nudi abbagliavan più candidi — tutta la sala si volse a guardarla, ma con un movimento di occhi e di spirito diverso. Non si chiese già, stupita, come la sera precedente: «Chi è costei?» ma giuliva e ammirante sussurrò: «Eccola, finalmente!» I camerieri le stavan d’attorno in tre o quattro, non perdendola mai d’occhio un istante; tutti, anche l’Alverighi, le parlavano con un tono di ossequiosa premura: ed essa ascoltava, rispondeva, sorrideva, volgeva dall’uno all’altro dei convitati i begli occhi dorati, allegra e vivace come la sera precedente. Di nuovo era ringiovanita! Parlammo, come è naturale, della discussione imminente.