E insistei con domande insidiose e allusioni ironiche: ma invano. Mi rispose rispettosamente, ma come non capisse nè le insidie, nè le allusioni. Di nuovo faceva l’imbecille; e con tanta naturalezza, che mi pareva di vedermi dinanzi, un’altra volta, Sua Eccellenza lo Zuccone, in persona!

Per non far nascere dei pettegolezzi non insistei troppo; e preferii fare discretamente una inchiesta tra i marinai e gli emigranti. E chiacchierando un po’ con l’uno e un po’ con l’altro venni a sapere che la voce del popolo o il giudizio pubblico o il coro della commedia — chi fungeva da popolo e da pubblico e da cero questa volta era la terza classe tutta quanta — diffidava di Orsola come di donna irrequieta e intrigante e l’accusava di aver messo male tra l’abruzzese ed Antonio, si pigliava gioco dell’abruzzese che aveva in conto di imbecille e detestava Antonio cui rinfacciava il figlio altrui accettato come proprio e che accusava di far la corte a Maria, per sposarla quando Maddalena sarebbe morta! L’accusa era così grave e odiosa, che ne diffidai; sebbene anche l’abruzzese la ribadisse. Questo abruzzese mi parve più che un imbecille, un esaltato: mi disse che era stato amico di Antonio: ma l’aveva preso in odio, quando gli aveva confidato le sue viste su Maria.

— Sua moglie sta morendo, — mi disse — e lui già pensa a sposar Maria che ha dei denari, e a comprar con i denari suoi e quelli di lei delle terre e un negozio.... Perchè dice che vuol passare il resto dei suoi giorni fumando: e perciò ha bisogno di una moglie che lavori in vece sua. È avvezzo da un pezzo a vivere alle spalle delle donne, quel birbante!

Tra questi discorsi venni a scoprire che chi aveva propalata la storiella del figlio, ero stato proprio io. L’avevo tanti giorni prima raccontata a pranzo e i camerieri l’avevano raccolta e trasportata dal primo piano, dove viaggiava comoda la borghesia, la aristocrazia e la finanza, nel piano terreno, dove si stipava la plebe. Ripensai a Lisetta e alle sue parole: e mi dissi che i camerieri sono proprio un veicolo di notizie e una fonte di informazioni — vere o false — più importante che molti storici non credano. Che cosa è la storia dei Cesari, quale ancora si racconta, se non una sdrucita trama di pettegolezzi di servi, raccolti o da nemici senza scrupoli o da dilettanti senza discernimento? Lasciato l’abruzzese andai di nuovo da Orsola; e guardandola in faccia:

— Ditemi, Orsola — dissi. — Dove è ora l’intendente che vi avrebbe perseguitata?

Mi guardò, fece una smorfia come di desolazione:

— È in Italia, in Italia, — rispose. E con una prontezza singolare ribattè anticipatamente, prima che le contestassi, le mie obiezioni. — Ma aveva lasciate le guardie.... E poi deve tornare. E io ho voluto scappare perchè mi aveva scritto delle lettere e mi minacciava di farmi mettere in prigione, quando tornava....

— Delle lettere? Che storia è questa? Ma non siete analfabeta?

— Una mia amica fidata me le leggeva. Del resto ce le ho, sa, quelle lettere — aggiunse, leggendo di nuovo nei miei occhi questa domanda.

— Ah sì? Ebbene mostratemele.