— L’uomo innamorato — disse — non ragiona più. Ma una donnaccia è sempre una donnaccia.
— Che pasticcio! — pensavo risalendo. — Non ha poi tutti i torti, il dottore, di dire che gli emigranti sono tutti un po’ matti. Questi per lo meno....
Ma riflettendo poi a quel che mi avevano detto Maria ed Orsola, sentii a un tratto come accendersi una grande luce nella mia mente. In quell’odio e in quella baruffa di due popolane non vedevo io, come dentro una lente, nitida e piccola, la ragione del grande conflitto intorno all’interesse del denaro, che divide oggi l’Islam dall’Europa, che ha per tanto tempo armata la Chiesa cattolica di folgori spirituali contro il mondo moderno? «Chi si cava il pane di bocca per risparmiare, ha pur diritto che il suo denaro gli frutti» — aveva lasciato intendere Maria. «Gente senza cuore e senza carità, — rispondeva Orsola — per nulla non avrebbero aiutato nessuno». Non son questi gli scheletri dei due argomenti rovesciabili con cui si può a piacere sostenere o oppugnare che l’interesse del denaro è legittimo? L’interesse fa l’uomo avido e spegne la carità; sì, è vero, ma lo fa anche parsimonioso, lo avvezza a frenare le voglie presenti in vista del futuro; incoraggia l’iniziativa e l’alacrità; solleva la dignità. L’uomo che paga le usure, non mendica: può chiedere e ricevere il denaro a fronte alta e a mano aperta, da pari. Tutte cose che sono vere: ma pur vero è che solo il non poter lucrare sulle usure fa il ricco veramente caritatevole, generoso e munifico. Avrebbero le ricche famiglie italiane del Medio Evo edificati tanti meravigliosi palazzi, se non fossero state costrette a spendere in opere d’arte quella parte delle loro ricchezze, che non trovavano impiego fruttifero per gli intoppi che inframmetteva la Chiesa? No, non è dubbio: ma è certo pure — i paesi mussulmani ne somministrano la prova — che le classi ricche si avvezzano alla prodigalità e all’ozio, il popolo all’ozio e alla mendicità. Erano dunque tutti nel vero — l’Islam e l’Europa, la Chiesa e il mondo moderno, Orsola e Maria; e tutti pure avevano torto: la ragione non poteva sciogliere il nodo e decidere se l’usuraio sia una provvidenza o un vampiro: occorreva dunque tagliarlo, ma con quale lama? Era chiaro: in questa parte del suo discorso il Rosetti aveva ragione: un atto di volontà doveva tagliare il nodo, imponendo l’uno o l’altro dei due principii, obbligando la ragione a limitarsi, a svolgere soltanto gli argomenti favorevoli a quello. La Chiesa cattolica era stata nel Medio Evo, l’Islam è anche oggi l’organo di quell’atto di volontà grande, che impose a milioni di uomini il principio di Orsola: «no, non presterai denaro ad interesse»; deducendone un codice preciso e coerente di regole. Lo Stato moderno, le Banche, le Borse, l’Industria, l’Economia politica sono nei nostri tempi gli organi di quell’altro atto di volontà grande, che dopo la scoperta dell’America impose a poco a poco ai due mondi il principio di Maria: «Tu hai diritto che il tuo denaro prolifichi e hai dovere di risparmiarlo per metterlo a frutto». Principii veri ambedue, benchè opposti, perchè l’uno e l’altro limitatamente veri: il che mi spiegava per quale ragione ambedue avessero potuto esser giudicati a volta a volta veri e falsi, valere e cadere; e come si fossero fatta guerra nei secoli, aizzando non solo alla baruffa Orsola e Maria, ma le classi, i popoli, le civiltà l’una contro l’altra, ognuna persuasa di esser nel vero; e come dopo la scoperta dell’America il principio di Maria avesse trionfato.... Perchè il divieto dell’usura era stato anche quello, come l’Atlantico, per lunghi secoli, un limite che aveva impedito all’uomo di uscire armato di fuoco alla conquista della terra e dei suoi tesori.
Mi godei a lungo, passeggiando per il ponte, questa vasta visione di secoli e civiltà, in cui sopra due teste di povere popolane vedevo giganteggiare, in quella mattina di autunno, sul mare scintillante e celeste ma freddo, uno dei più tragici e grandiosi conflitti della storia. Quando, ad un tratto, l’idea che mi era balenata la sera prima, al partir del Rosetti, mi si ripresentò alla mente sotto altra forma. Sì: Orsola e Maria avevano ambedue ragione e torto, alla stregua dell’eterno, sul fondo dei secoli: ma nel minuto presente? Poichè esse erano nemiche, e noi volevamo giudicare la loro baruffa, a chi dovevo dare io torto e a chi ragione? A Maria? Ma il signor Rosetti non ci aveva mostrati tutti i pericoli e i guai di quella civiltà illimitata, che era germogliata dal seme del principio dietro cui quella donna, ignara si riparava? A Orsola? Ma non avevamo considerate a lungo tutte le grandezze e i meriti di quella civiltà che aveva potuto grandeggiare alla fine, rovesciando uno dopo l’altro tanti limiti e tra questi il principio caro ad Orsola? Il pensiero si allargò in considerazioni più vaste; sì: il signor Rosetti ci aveva mostrati accanto i due mondi — la civiltà limitata e l’illimitata — paragonando i loro beni e i loro mali: ma non ci aveva lasciati tra l’uno e l’altro in uno stato di indecisione, simile a quello del famoso asino di Buridano? In tutti i conflitti in cui i due mondi sono alle prese, per chi dobbiamo noi parteggiare? Questo dubbio generò con la riflessione un principio d’inquietudine.... Suonò l’ora della colazione; e a colazione esposi ai miei compagni di mensa, arruffato come era, tutto quell’imbroglio di accuse incrociate che non mi era riuscito di dipanare. Ma ci si buttarono tutti sopra, ciascuno cercando, per dipanarlo, un filo. Antonio fu spacciato in poche parole: tutti furon d’accordo, anche l’Alverighi, che dopo aver sfruttata la moglie voleva ora sbarazzarsene. Solo il Cavalcanti osservò titubando che tutte le dicerie intorno alle viste di Antonio su Maria partivano da Orsola o dall’abruzzese, che era uno zimbello di Orsola: ma Orsola odiava Maria: anzi l’odio di Orsola era stata la radice di tutto l’imbroglio.... Più vivi furono i dispareri intorno ad Orsola. Il Cavalcanti e l’ammiraglio dissero di credere a Maria, che essa era fuggita per debiti, che la storia dell’intendente doveva essere stata inventata o per lo meno molto esagerata a coprire la vera ragione della fuga. Ma il dottore protestò che una donna onesta non può nemmeno immaginare, non che raccontar per veri, simili romanzi; inveì poi contro Maria, e lamentò la durezza con cui gli italiani più svelti e fortunati sfruttano in America i loro connazionali più poveri. Al che io risposi, raccontando come alla mattina avessi visto l’Islam e l’Europa, il Medio Evo e l’Età moderna alle prese nella baruffa di Orsola e Maria. Aggiunsi poi che le donne un po’ isteriche sono facilmente portate dalla loro immaginazione a inventare di queste favole amorose: molte leggende essere nate intorno agli orrori del Brasile dalle favole che i giornalisti avevan raccolte senza discernimento sulle labbra degli emigranti e che tanti italiani avevano poi credute per quel bisogno che abbiamo un po’ tutti di veder nero nel mondo e di far la morale all’universo: occorre ricordarsi conversando con emigranti disgraziati che spesso essi sono un po’ fuori di sè, come egli stesso, il dottore, aveva detto. Ma il dottore non fu punto soddisfatto di questo piccolo trionfo della sua teoria; e sardonico mi disse che forse l’intendente era fuggito in Italia, perchè Orsola lo voleva sedurre: pronunciò poi una invettiva contro il Brasile senza badare al Cavalcanti e all’ammiraglio; io gli risposi e si accese fra di noi una disputa....
— Ma insomma — dissi alla fine — gli emigranti non diventano savi per lei che quando parlan male dell’America dove i più di loro trovan da campare? Io non so perchè tanti in Italia ce l’hanno a questo modo contro lo Stato di San Paolo.... In che cosa differisce dagli altri Stati dell’America — del Nord e del Sud? Ci son lì gli stessi vantaggi e gli stessi guai: annate buone e annate cattive; salari maggiori che in Europa, nelle annate buone specialmente; vita più solitaria, più rude, più esposta alle malattie; garanzie giuridiche meno precise che in Europa, ma in compenso una continua scarsità di braccia.... Farsi valere, a chi non ha che le braccia, è più facile che in Europa. Ma nello Stato di San Paolo in cambio c’è quel che forse non c’è in nessuna altra parte dell’America: c’è la possibilità di creare un centro di cultura, di lingua e di vita italiana: perchè gli Italiani ci sono più raccolti, meno dispersi che altrove; perchè ci si sono trovati già numerosi al momento buono, quando lo sviluppo incominciava.... È forse questa la ragione per cui San Paolo ha tanti nemici in Italia? Si informi da chi sa: quale è nell’America meridionale il mercato più facile e più largo per i nostri manufatti? Lo Stato di San Paolo. Quando il governo o la «Dante Alighieri» si decideranno a fondar nell’America qualche collegio italiano in cui i figli degli Italiani arricchiti possano essere educati, da dove dovranno cominciare? Da San Paolo! In qual punto dell’America le nostre banche hanno cercato di prender piede, tanto per cominciare? A San Paolo. Quale è lo Stato dell’America più aperto ai professionisti: medici, avvocati, professori, legisti? San Paolo: sempre San Paolo! Ma noi siamo un curioso popolo: ci lamentiamo sempre che tutto il mondo ci è chiuso; e poi, appena uno spiraglio si apre, voltiamo le spalle. Tutte queste cose, quanti le sanno in Italia? E tra quelli che le sanno quanti osano dirle? Tutti preferiscono di dar retta alle storie e alle storielle di Orsola, che ragiona come una donna del Medio Evo, perchè in America è capitata male. Ma il giorno in cui noi fossimo riusciti a rovinare lo Stato di San Paolo, anche l’Italia ci scapiterebbe — e parecchio! È questo che lei vuole?
— Io voglio — mi rispose secco, secco — che gli Italiani non vadano a prendere nelle fazende il posto degli schiavi....
— Se le dicesse un socialista, queste cose, le capirei. Ma lei? E non lavoran in tutto il mondo gli uomini sotto dei padroni? Vuol dire per questo che siano degli schiavi? Se gli emigranti italiani trovano più conveniente di andar altrove, padronissimi: ma scrivere e ripetere in tutta Italia che lo Stato di San Paolo è un inferno, o un pezzo di Medio Evo, solo perchè lì come dappertutto il popolo è sottoposto ad una disciplina che ha le sue asprezze, mi par troppo. E credo si farebbe bene a riflettere un po’ più, su queste cose, in Italia.... Adesso che tutti dicono di voler far sul serio e badare al sodo....
La disputa si riscaldava; e con molto tatto e abilità la mia signora intervenne a sviarla. Ricordò che Orsola era meridionale: poteva perciò parere una donna strana ed esser sospettata peggiore che non fosse, da chi non conosceva l’Italia del sud e il profondo perturbamento arrecato in quella dalla macchina. E ci raccontò che nel mezzogiorno, per secoli, le donne avevano seduto al telaio, acquistando in certe regioni grande riputazione, specialmente per i pannilana. Ma quando le fabbriche meccaniche straniere o del settentrione offrirono i panni poco costosi e dozzinali, e l’Italia meridionale ebbe ceduto troppo facilmente alla tentazione delle nuove foggie forestiere e alla attrattiva del falso buon mercato, le donne smisero di far battere il telaio casalingo e non poterono passare, come nell’Italia del nord, nella grande fabbrica. Furono quindi, là dove una certa antica fierezza di costumi non consentiva loro — e si può muoverne rimprovero a quelle popolazioni? — di sobbarcarsi ai pesanti lavori dei campi, condannate ad un ozio, che non è ultima cagione della profonda crisi che travaglia l’Italia meridionale.
— La donna del mezzogiorno — conchiuse — non è preparata all’emigrazione come quella del settentrione; in America spesso è di impiccio più che di aiuto al marito, perchè sa adattarsi meno al regime delle macchine, non è débrouillarde abbastanza....
— Restino a casa, allora, e facciano partire i mariti: l’America non è fatta per gli oziosi — sentenziò asciutto l’Alverighi.