Ma non sapevo se parlarle dei suoi guai e come incominciare: per fortuna sopraggiunse l’ammiraglio; e ragionammo del tempo e del viaggio con l’impaccio proprio delle persone che parlano di cose a cui non pensano e pensano alla stessa cosa di cui non parlano. La campana suonò; entrammo insieme nella sala da pranzo: vidi di nuovo, in tutti i tavoli, delle gomitate, dei cenni, delle occhiate, un volger frettoloso d’occhi e di teste come quella sera, in cui la signora era entrata irraggiando nel modesto refettorio del «Cordova» la gloria della favolosa stirpe dell’oro onde usciva: ma con diversa intenzione, questa volta, mi parve. «Ne devi aver fatte delle belle, se ti è capitato quel che ti è capitato!» dicevano quei gesti e quelle occhiate. La nostra mensa fu quella sera piuttosto fredda e silenziosa, per la prima volta; perchè tutti pensavano a quella cosa medesima, di cui nessuno osava muover discorso. Terminato il pranzo, uscimmo insieme: come fummo nel vestibolo, la signora indossò un mantello che aveva lasciato sul divano, e volgendosi a me:

— Vuol farmi compagnia — mi disse — fuori sul ponte? Ho bisogno di prendere aria.

— Ci siamo! — pensai, seguendola di mala voglia e un po’ infastidito.

Ma appena fuori, sentii che l’aria era fredda; e, lasciatala un istante, rientrai per prendere il cappotto nel vestibolo; dove la bella genovese, il dottore di San Paolo, sua moglie, il gioielliere, in crocchio, animatamente parlavano.

— Ci vuole una bella sfacciataggine! — diceva inviperita la genovese. — Dopo quel che le è successo! Venir vestita a quel modo, come a una festa. Per me questo fatto mi basta.... Il marito ha ragione di piantarla.

— E mettersi poi delle perle, che a un miglio di distanza si vede che sono false — aggiunse il gioielliere. — Ma per chi ci piglia dunque? Crede che siamo ciechi o imbecilli?

Uscii di nuovo; la raggiunsi sul ponte, verso il mezzo della nave dove si era seduta; mi sedetti accanto a lei, molto impacciato, pensando al modo di incominciare il discorso.... Ma essa mi prevenne.

— Ho scoperto, sa, — mi disse. — Sono ingenua e sciocca, sì: ma non come credono. Se mi ci metto! «J’ai creusé ma petite cervelle» per due giorni. Giudichi lei che è uno scienziato. Lui credeva che io lo sospettassi....

Così spiegava molti fatti di cui lì per lì non si era resa conto. Come, per esempio, un giorno il marito avesse fatta una sfuriata tremenda, perchè avendo visto nella sua valigia profumi, spazzole, pettini e simili oggetti a profusione, essa gli aveva chiesto ridendo se partiva in cerca di avventure. Che un altro giorno, che per errore essa aveva aperta una lettera diretta a lui, per poco non aveva minacciato di far divorzio, se il caso si ripetesse. E furie e smanie tremende, pure un’altra volta che essa, irritata da un breve litigio, gli aveva detto che non era fatto per aver moglie e famiglia: ma un’amante da cambiare ogni paio d’anni!

— E pensare che io non ho mai sospettato niente. Il disgraziato non mi ha capita mai: lui diffida sempre, ed io invece mi fido. A occhi chiusi. Che ci vuol fare? Sono fatta così....