Avevo ascoltato questo lungo discorso impassibile, quasi severo, guardandola e scrutandola negli occhi. Alla fine, rammentando le confidenze dell’ammiraglio, le dissi che quel che lei raccontava non era inverosimile e poi maliziosamente, per indagare:

— E per questo — dissi fissandola — non voleva prendere il caffè con lei, la mattina....

Mi guardò sorpresa.

— Che cosa vuol dire? A che allude?

Le raccontai allora quel che l’ammiraglio mi aveva detto. Ma prima che io giungessi a mezzo del discorso:

— Mio Dio, mio Dio! — gemè dolorosamente, giungendo le mani. — A tal punto quel pazzo è arrivato! Ma questa infamia è la contessa che glie l’ha messa nella testa, ne sono sicura! La scellerata vecchia! Adesso capisco! Lo aveva ipnotizzato!

Impazientito dal mio sbaglio, tanto per sviare il discorso, apersi le cateratte della saggezza, ma con poco garbo, anzi piuttosto brusco: le dissi che occorreva prender tutto sul serio, ma niente sul tragico: che le disgrazie si voltano spesso in fortune; che essa era ancora ricca, giovane, bella...

— «Vous me flattez», — disse con modesta compiacenza. — Certo accanto a miss Bobbins faccio ancora la mia figura. Se vedesse che tipo volgare!

Ma quando incominciai a dirle che la libertà non era poi la peggiore dello disgrazie che potesse capitarle; fosse dunque ragionevole, non si lagnasse più del giusto, chè nella disgrazia forse poteva esser capitata bene, la vidi raccogliersi, accigliarsi, rannuvolarsi; poi a un tratto:

— Stabilirmi a Parigi — mi interruppe come spaventata — «en femme divorcée», io? Perchè tutta la gente creda che ho tradito mio marito? Mai!