Singhiozzò, scoppiò in lagrime, senza badare ai passeggeri che giravano sul ponte e che si fermavano a guardarla. Tacqui un momento, molto turbato.
— Le ricchezze dell’America e gli splendori della vita mondana, li disprezzavi sinchè eri sicura di possederli. Ora che temi di perderli, invece.... È dunque vero che i beni della terra sono insipidi quando si hanno; ma non si può fame senza? — pensai tra me, un po’ triste.
Poi tentai altri conforti: le dissi che se suo marito venisse a morire, essa si troverebbe pure sola e senza famiglia nel mondo: supponesse dunque, se la peggiore delle ipotesi si verificasse, di rimaner vedova.
— Ma morto non è, pur troppo! Chè almeno mi consolerei! — rispose essa tra le lagrime e i singhiozzi, vivacemente, tappandomi di nuovo la bocca.
In quella sopraggiunse l’ammiraglio e prese a confortarla, con un tatto e una delicatezza che questa volta ammirai anche maggiormente al paragone della mia inettitudine. Quando si fu un po’ tranquillata, si ritirò accompagnata dall’ammiraglio. Io me ne andai, ripensando i discorsi del giorno prima sulla lealtà. Ma sempre incerto davanti al dilemma: vittima o commediante? Poichè quelle lagrime mi avevan conturbato ma non mi avevano ancora convinto! Mi avevano invece distratto un po’ dalle mie inquietudini filosofiche.
Il giorno seguente — era sabato e la vigilia dell’arrivo — scesi verso le otto e mezzo nella terza classe, per saper se Orsola aveva trovate le famose lettere. Ma Orsola si scusò, borbottò, sospirò: non le aveva trovate, perchè — se lo era rammentato poi — le aveva nascoste in una valigia che era stata messa nella stiva. Il giorno dopo, allo sbarco, essa me le darebbe. Incontrai di lì a poco l’ammiraglio: gli raccontai quel che la signora mi aveva detto la sera prima, non nascondendogli che la sua ferma fiducia nel ravvedimento del marito mi pareva chimerica assai. Ma l’ammiraglio non disperava: disse che il cuore umano è pieno di misteri; divagò in altre frasi generiche, che mi insospettirono di nuovo egli sapesse più che non diceva: insistetti, si lasciò sfuggire qualche frase; feci leva su queste; e a poco a poco, cavai da lui quanto sapeva. Incoraggiata forse dalla lunga amicizia e dalla sua età quasi paterna, la signora gli aveva fatto il giorno precedente delle strane confidenze! Gli aveva detto di essere stata educata un po’ romanticamente «tra i fiori e la musica», in una ignoranza beata perchè scevra di curiosità, imaginandosi l’amore nella vita dai melodrammi uditi in teatro; anche perchè — non sapeva per qual ragione — tra signorine le sue amiche si erano sempre trattenute dal parlar di queste cose in sua presenza. Quante volte le sue amiche di giovinezza, quando si eran riviste maritate, le avevan detto: In tua presenza nessuna di noi osava dir niente! Ma maritatasi, essa aveva dovuto convincersi che gli uomini intendono l’amore in una maniera alquanto diversa dagli eroi dei drammi lirici. Da principio essa un po’ aveva avuto voglia di ridere di questa scoperta, un po’ ne era stata infastidita e un po’ inquietata: ma poi si era lasciata travolgere da questo torrente di passione, e insomma senza rammarico ed infelicità.... E doveva confessare che, ammesso che quel che piaceva agli uomini fosse il vero amore, essa era stata addirittura adorata, dalla mattina alla sera e sopratutto dalla sera alla mattina! Si ricordava però che tre o quattro volte il vulcano pareva essersi spento, anzi coperto di neve all’improvviso — l’ultima volta durante la crisi del Great Continental: e ogni volta il marito aveva mostrata una gran premura di scusarsene, sebbene essa non pensasse a fargliene una colpa, allegando le preoccupazioni, il lavoro. Essa ci aveva creduto — perchè era sciocca: ma ora incominciava a chiedersi se la causa di quel gelo improvviso non fosse miss Robbins invece del Great Continental; e se le volte precedenti non ci fosse stata di mezzo qualche altra donna! Il vulcano però si era sempre riacceso; anche dopo la crisi del Great Continental; e proprio a Rio, chè non era mai stato così ardente di passione come negli ultimi mesi prima di partire da Rio per New-York. Durante questi mesi era arrivato perfino.... perfino — la signora era diventata di bracia raccontandolo — a «demander des rendez-vous pendant la journée». E perciò essa faceva per convertirlo assegnamento sulla propria bellezza: apparirebbe a lui vestita e adorna in un certo modo che lo stuzzicava assai: scoppierebbero ambedue in lagrime, e....
— Ora capisco! — esclamai ridendo.
Quel che avevo capito, in quel momento, era lo strano sorriso della signora, ogni qual volta essa aveva parlato del marito e dei suoi sentimenti. Ma a mezzo il riso, improvvisamente, uno scrupolo mi agghiacciò. Poteva dunque accadere perfino che una donna virtuosa, a quarantacinque anni, sforzasse l’inesperta fantasia a imaginar lascivie di cortigiana, per sedurre il marito? Gli orrori più tragici della vita sono, ahimè, proprio quelli che invogliano al riso gli uomini stolti e leggeri, il maggior numero cioè: e di che ridevo io, se non di uno di questi orrendi segreti di cui il mondo è zeppo? Non risi più allora: ma quando a colazione vidi per la prima volta sul volto di lei tante traccie di vecchiaia che forse il dolore aveva seminate in quei pochi giorni, o che prima non avevo avvertite; quando, e per la prima volta, mi accorsi che la donna che si aggrappava alla sua bellezza come un naufrago all’ultima tavola di salvezza, stava per diventare una vecchia, la pietà mi vinse: e mi strinse il cuore un rimorso! Anche io dunque avevo ceduto a quella viltà che tanto spesso, innanzi ad una sopraffazione, ci inferocisce contro la vittima? Anche io avevo cercato dì persuadermi che la vittima aveva meritata la sua disgrazia, come tanti uomini fanno, per risparmiarsi il dolore dell’ingiustizia impunita e la fatica di aiutare l’oppresso? E dichiaratomi in cuor mio a favore di lei, conchiusi risolutamente che il marito doveva essere un pazzo o un malvagio. Durante la colazione si ragionò confusamente: l’ammiraglio di cannoni e corazze; l’Alverighi di Parigi e dei banchieri; il Rosetti di certi lavori che intendeva far fare subito a Bellaria. Solo il Cavalcanti stette zitto, il solo tra tutti che non pensasse alle faccende terrene ma all’antico mondo mediterraneo semivivo o perito. A mezzodì giungemmo a 41 gradi e 22 minuti di latitudine e a 4 gradi e 2 minuti di longitudine orientale; e prima della siesta, trattolo in disparte, raccontai in confidenza al Rosetti, sospinto anche un po’ dall’intima pena, le strane cose che l’ammiraglio mi aveva confidato. Ascoltò il Rosetti; e:
— Miserie della vita! — esclamò. Pensò un momento; e poi sorridendo e scuotendo il capo: — Limiti, termini, segni — soggiunse. — L’uomo può rovesciare tutti gli altri limiti, anche Dio: uno resterà sempre, indelebile: il sesso. Un uomo non può diventare una donna nè una donna un uomo; gli uomini non possono vivere senza le donne nè le donne senza gli uomini. E allora? Non è chiaro che all’obbligo almeno di delimitare il còmpito dell’uomo e il còmpito della donna, nonchè i rispettivi diritti e doveri, non potremo sfuggire? Chiedi un po’ all’Alverighi, se se la sente di dare a ciascuno, anche nell’amore, come nell’Estetica, il diritto di farsi da sè la sua legge e la sua misura di quel che si può e non si può....
Esposi allora al Rosetti i dubbi che andavo ruminando: ma insomma dovevamo o non dovevamo combattere i principii di questa civiltà illimitata? A chi occorreva dar ragione — a Orsola o a Maria? Ma non ricordo più qual pretesto prese il Rosetti per non rispondermi. Ci separammo. Uscii di nuovo dalla cabina verso le quattro, mentre navigavamo in pieno Golfo del Leone — un Leone ammansato in quel giorno — senza vedere le coste; e girando per il ponte di passeggiata, a babordo, vidi ad un tratto il Rosetti appoggiato alla ringhiera e impegnato in una discussione con il dottore e l’Alverighi, che gli stavano in piedi dinanzi. Il che non mi avrebbe sorpreso: quel che mi stupì fu di capire alla prima occhiata che tutti e tre, anche il Rosetti di solito così calmo, erano molto eccitati. Nessuno dei tre infatti rispose al mio saluto; e: