Sebbene le imagini con cui Amleto esprime il suo dolore siano tutte strambe, contorte, barocche, di pessimo gusto, appestate dal più brutto secentismo....

E ascese questa progressione retorica di aggettivi, alzando la voce ad ogni scalino e guardando di nuovo il Cavalcanti, che neppur questa volta si mosse.

— Orazio, Marcello, Bernardo, — continuò, — raccontano l’apparizione ad Amleto; e Amleto vuol parlare allo spettro. Arriviamo senza inciampi alla terza scena; è una scena secondaria che dovrebbe preparare i futuri episodi d’amore: Laerte prima e Polonio poi parlano ad Ofelia dell’amore di Amleto avvertendola di stare all’erta. Possiamo sorvolare. Ma eccoci alla scena quarta e qui ricominciano i guai. Amleto, Orazio, Marcello arrivano sugli spalti per aspettare lo spettro: nel vicino castello squillano trombe e tuonano cannoni: il re gozzoviglia.... E Amleto allora che fa? Fa una lunga tirata sull’intemperanza e sui vizi degli uomini.... Ben collocata, davvero. Me lo spieghi lei, di grazia, signor Cavalcanti, se Shakespeare è un insuperabile pittore di anime: per qual ragione Amleto fa proprio in questo momento questa predica al colto e all’inclita? Non aveva altro di meglio da fare?

Ma anche interrogato per nome, il Cavalcanti tacque.

— Le par che fosse il momento quello, per il poeta, — insistè l’altro — di voltare il suo loquace burattino verso il pubblico e di mettergli in bocca questa cicalata proprio nel momento in cui Amleto dovrebbe aspettare, con l’anima carica di dubbii angosciosi, l’ombra del padre ucciso? L’avrebbe fatto parlar così, lei, in un suo dramma? Mi risponda di grazia: sì o no?

Se il Cavalcanti amava meglio, anzichè discutere, assistere allo spettacolo interessante delle altrui discussioni, sapeva tuttavia, quando occorreva, — era un diplomatico, non dimentichiamolo — argomentare sottilmente in contrasto. E allora incominciò, non potendo più senza scortesia opporre il silenzio a quelle aperte domande forse anche sentendo, come tutti l’avevamo sentito ai primi colpi risoluti di quella critica violenta ma non sciocca, che la discussione era seria quanto bastava perchè non si potesse volgerla in burla, come avevamo fatto sino allora, almeno nel nostro pensiero. Ma parlò da principio come chi è sforzato mal suo grado.

— Amleto — egli disse — non è un uomo come lei e come me.... È uno spirito vagabondo e fantastico.... Si abbandona ai suoi pensieri e questi lo sospingono qua e là.... Dice quel che pensa così.... come gli viene in mente; ma non ragiona mai a filo di logica....

— Ma ragiona o sragiona? — ribattè pronto l’Alverighi. — Lei esita? Perchè di qui non si scappa; o ragiona....

— Ragiona, sragionando — interruppe, brusco, il Cavalcanti, come chi si decide a saltare un fosso che gli attraversa la via. — Sembra, che divaghi, eppure un nesso in tutto quello che dice, c’è; nascosto, ma c’è; solamente non è facile scoprirlo....

L’Alverighi sorrise ironico.