— Un nesso che c’è e non si vede! Sarà: ma non capisco. A ogni modo ritorneremo sulla questione tra poco.... a proposito della pazzia. Sulla fine dell’atto non ho niente da ridire; la scena dello spettro è potente. Atto secondo: Amleto incomincia a simular la follia. Poichè Amleto si finge pazzo: su questo punto almeno saremo d’accordo, spero?

— Sì e no — rispose con una certa esitanza il Cavalcanti.

— Come? sì e no? — interruppe impetuoso l’Alverighi. — Ma se Amleto stesso dice a più riprese agli amici e lo ripete alla madre, che finge? E poi come va che questo personaggio tanto vivo e tanto vero non si sa poi nemmeno con sicurezza se sia pazzo o no....

— Il carattere di Amleto — rispose il Cavalcanti un po’ impacciato — è complesso e profondo, e perciò anche involuto ed oscuro. Chi ne intende una parte e chi un’altra; e quindi ognuno può farsene un suo concetto. Per questa ragione appunto piace, interessa, attira tanti.... E poi i simulatori della follia sono sempre un po’ pazzi davvero. È cosa dimostrata, ormai. Il genio di Shakespeare ha divinato....

Ma l’Alverighi, che già mentre il Cavalcanti parlava, aveva incominciato a far dei segni di diniego impazienti:

— Ma che dice, ma che dice! — interruppe alla fine. — Shakespeare sarebbe allora anche un precursore di Cesare Lombroso? E perchè no, del telegrafo e dell’areoplano? Anche questo ci aspettiamo un giorno o l’altro, da lor signori, ammiratori di Shakespeare. Vuol sapere che cosa è questo profondo carattere di Amleto e la sua pazzia? Glielo dirò io. Il carattere di Amleto è un pasticcio fatto di cose diverse e incompatibili l’una con l’altra; e la pazzia un rottame dimenticato in mezzo al dramma per negligenza. Lei sa che Shakespeare ha tratto il suo dramma da Saxo Gramaticus. Ha letto mai, lei, Saxo Gramaticus? Ebbene lo legga: vedrà che Amleto è bambino, quando suo padre è ucciso: e quindi il suo racconto si capisce, è chiaro, è logico, è umano. Lo zio usurpa al fanciullo il potere; Amleto è trasportato da amici del padre in un lontano castello; cresce, sa che lo zio lo tien d’occhio, e per ciò si finge scemo: scemo, non pazzo: per rassicurare l’usurpatore, che non rivendicherà un giorno il trono; per salvare la pelle sua e vendicar quella del padre.... La successione al trono insomma è la ragione per cui Amleto fa le viste di essere idiota.... e sfido chiunque a dimostrare che questa ragione non sia ragionevole. Ma ecco sopraggiunge un genio sovrano, il principe dei poeti, uno spirito universale e caccia le mani nel vecchio racconto.... Gesummaria, che disastro! Mi fa ammazzare il padre, quando Amleto è già un uomo; e tutto il dramma, così semplice e umano del cronista, diventa un rebus indecifrabile. Perchè il re non è Amleto invece dello zio? Tolta di mezzo la lotta per la successione, a cui il poeta non accenna mai, anche la simulata follia doveva sparire; invece è rimasta: perchè? Probabilmente perchè si prestava a scene bizzarre che facessero smascellar dalle risa il popolaccio della platea, come lo spettro gli faceva venire la pelle d’oca. E per questo Shakespeare l’ha fatto comparire e ricomparir sulla scena....

L’Alverighi parlava ad ascoltatori ancora mal disposti, sebbene meno che da principio. Ma quando egli disse queste cose, sentimmo tutti che nessuno avrebbe saputo rispondergli. E nessuno infatti — nemmeno il Cavalcanti — rispose. L’Alverighi si godè un momento, roteando lo sguardo, la sua prima vittoria; poi continuò:

— Quanto al secondo atto io noterò solo che esso è composto di parecchie lunghe scene: la chiacchierata con Polonio, in cui Amleto fa il matto, la conversazione con Rosencrantz e Guildenstern, la lunga discorsa con i comici. Ma di tutte queste scene la ragione non si capisce che all’ultimo momento, nel monologo finale, quando Amleto accusa sè stesso di non saper agire; e dichiara di voler finalmente far qualche cosa per scoprire il vero. Insomma la situazione è questa: Amleto è perplesso: non sa se lo spettro gli abbia raccontato il vero: come accertarsi che quella apparizione non sia una insidia del demonio? E ricorre all’astuzia degli attori. Benissimo! Questa è materia tragica davvero. Che atto meraviglioso poteva darci un poeta grande davvero, che avesse annunciata prima, e poi, a poco a poco, colorita e svolta questa situazione! Il divino Shakespeare invece ha trovato il modo di guastar tutto: la situazione non apparisce agli occhi del lettore che alla fine dell’atto: e appena apparisce è già subito risoluta in pochi versi, che cascano insieme con il sipario sul capo del lettore e dello spettatore, come una mazzata! Dagliela come viene, dicono a Roma! Ed eccoci al terzo atto — proseguì sfogliando rapidamente molte pagine del libro.

Ma a questo punto mi parve di sentire oscillar leggermente la sedia. Guardai le tende delle finestre; ondeggiavano come il vento le movesse, sebbene tutte le finestre fossero chiuse. Il vapore entrava in mare mosso.

— Il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern — proseguiva intanto l’avvocato, — confabulano intorno alla follia di Amleto. Si decide di tentar la prova di Ofelia. Tutti escono, fuori che Ofelia. Amleto entra, pronunciando il famoso monologo: «To be or not to be». Bellissima disquisizione filosofica intorno al suicidio, non c’è che dire: ma io sarei molto curioso di sapere per qual ragione il poeta l’ha messa in bocca al suo personaggio proprio in questo punto. Per dipingerne la diuturna malinconia? Concedo che questa tesi si potrebbe sostenere. Al suicidio Amleto allude nel suo primo monologo (e l’Alverighi sfogliò a ritroso il libro):