Or that the Everlasting had not fix’d

His canon ’gainst self-slaughter....

Ma allora questo tremendo pensiero dovrebbe ritornare ogni tanto, nei discorsi, se è sempre lì, presente allo spirito. Invece, dopo il primo accenno e dopo questa dissertazione, silenzio completo.... Dunque anche questo è un lampo che illumina all’improvviso, per un momento, la tragedia; e poi, buona notte! Insomma Amleto si ricorda di esser lui ogni tanto; e qualche volta anche, smemorato come è, si sbaglia: ed è un altro. Del resto, se saltiamo per un momento la famosa scena della rappresentazione, un altro esempio curioso della mania che hanno tutti i personaggi di Shakespeare di filosofare a vanvera, ce lo somministra il re. Dopo la rappresentazione questa perla di re delibera di far la festa a Amleto e ne dà l’ordine: dopo la qual bellissima pensata, si sente preso a un tratto dalla tenerezza e vuol pregare: ma non può, poverino, chè si sente sullo stomaco quel peccataccio del fratricidio, e rammarica di averlo commesso, e si dispera di non sentirsene pentito: poi per consolarsi trangugia anche lui una buona pozione di filosofia; e disserta sulla preghiera, sul rimorso, sulla incorruttibile giustizia di Dio: sinchè si decide a pregare, sperando consolazione e conforto. Intanto i suoi sgherri si preparano a uccidere Amleto: a questo altro peccatuccio, il re non ci pensa neppure, nei suoi pentimenti, perchè se lui si pentiva anche di questo, come faceva a terminare il suo dramma il divino William?

Ma questo ultimo strazio di una opera d’arte a lui cara ebbe la virtù di risvegliare finalmente nel Cavalcanti il sonnecchiante dialettico.

— Ma no, ma no, — disse con un accento insolitamente concitato — non è così che si fa la critica di un capolavoro. Lei applica ad Amleto le regole della poetica di Aristotele, i canoni della tragedia greca. Secondo Aristotele, lo so, le tragedie di Shakespeare apparterrebbero al genere peggiore, l’episodico, come Aristotele lo chiama: ma io protesto che è arbitrario e prepotente applicare i canoni fatti per un’arte ad un’altra, posteriore, diversa, maturata in altro tempo. No: l’arte non è una sola, mai: prende forme diverse: muta di continuo: è antichissima e sempre nuova. Ci fu il dramma greco; ebbe le sue regole; voleva unità d’azione, semplicità di intrecci, rapidità di svolgimenti, graduazione di effetti, proporzione di parti.... E dei caratteri semplici, evidenti, perspicui, da vederci attraverso come a un cristallo. Ma perchè abbiamo la fortuna di possedere dei capolavori immortali in questo genere d’arte, non ci sarà arte fuori di quei capolavori? Shakespeare descrive le passioni violente, i caratteri squilibrati, le anime barcollanti nella sublime vertigine dell’infinito. Tutti quelli che lei chiama difetti, bisogna considerarli da questo punto di vista, e allora son pregi, e che pregi! Sicuro: le sue imagini sono spesso contorte e strane, ma perchè egli vuol dipingere stati d’animo convulsi e tempestosi. Lei dice che nel secondo atto la situazione è risoluta ad un tratto, in pochi versi, alla fine, senza preparazione adeguata; ma certo, perchè tale per l’appunto è l’arte di Shakespeare: non ha sfumature: scoppia ogni tanto in un gran lampo improvviso che sfolgora in grembo all’infinito e si spegne; è pieno di sorprese e sussulti....

— Come l’America, — pensai, ricordando i discorsi della signora.

— Il poeta che vuol dipingere le grandi bufere dell’anima — continuava il Cavalcanti — non può scrivere come Virgilio o come Racine. La prima scena del primo atto è inutile, dice lei; anzi all’opposto: il lettore ha già visto lo spettro, ha già tremato e quindi aspetta con ansia maggiore che lo spettro ricomparisca, non più a degli estranei ma al figlio. In un dramma greco questa scena sarebbe ridondante, siam d’accordo: ma in un’arte come quella di Shakespeare la ridondanza è necessaria; non è un difetto, è un pregio. Lei dice che i personaggi ragionano a vanvera.... E quante volte non ragioniamo noi a vanvera nella vita? Nella vita c’è forse solo l’ordine, la simmetria, la pace, la misura? No: c’è anche il turbine, la guerra, il caos, la montagna, il ghiacciaio.... Non lo dimentichi; l’ammirazione di Shakespeare si è diffusa insieme con la passione dell’alpinismo e non per caso!

Non avevo mai sentito il dolce Cavalcanti parlar con tanta foga. L’ultima parte però del suo discorso non era stata ascoltata con attenzione così piena come la prima; perchè il pubblico incominciava a sentir le oscillazioni della nave, a agitarsi e a distrarsi. Mi domandai un momento se le ondate del mare non spazzerebbero via, dal salone, tra poco, filosofia e filosofanti. L’Alverighi intanto che, strano a dirsi, aveva ascoltato questo discorso sorridendo con palese compiacimento, chiuse il libro che aveva innanzi, lo gettò in disparte, e:

— Alla fine! — esclamò. — Ce n’è voluto: ma ci siamo. Benissimo! Lei ha ripetuto a proposito di Shakespeare proprio quello che io avevo detto di New-York. Se ne ricorda? Che la natura non è fatta a squadra: e che perciò lo sproporzionato, l’ineguale, il violento possono e debbono essere ragione di bellezza, come sono forza della vita.... New-York è a petto delle architetture classiche proprio ciò che Shakespeare è a petto di Sofocle. Non si potrebbe ammirar l’uno e spregiar l’altra senza peccare di incoerenza. Quindi quando lei mi obiettò che l’armonia, la proporzione....

Ma il Cavalcanti non lo lasciò continuare.