— Adagio! Lei corre troppo! — interruppe reciso. — Chi nega che ci sia un’anima di nuova bellezza anche nel disordine selvaggio di New-York? Io no. Ma io non voglio per questo negare, come fa lei, la bellezza delle vecchie città dell’Europa. Per questa via non la seguo. La bellezza non è una sola; è multiforme; anzi è una cosa infinita. Io penso che lo spirito umano è capace di creare infinite bellezze; e perciò non bisogna imporgli condizioni, barriere, restrizioni o regole arbitrarie; ma sforzarsi invece di acquistare una infinita capacità di capire e ammirare, come infinita è la capacità di creare. Io ammiro Sofocle e Shakespeare, Shakespeare e Molière, Rossini e Wagner, senza sforzo, anzi raddoppiandomi dall’uno all’altro il piacere. Lei sorride? Lo so: noi Americani saremmo i provinciali della cultura moderna, perchè restiamo così, a bocca aperta, dinanzi a ogni cosa bella. Ebbene vi dirò allora che in questo almeno gli Europei avrebbero molto, ma molto da imparare da noi. Io venero l’Europa come madre e maestra: ma non capisco perchè essa si ostini a voler empire di discordie e di guerra anche le regioni dei cieli, anche l’eterna serenità dell’Olimpo.... Per qual ragione non può essa affermare o ammirare una verità o una bellezza senza negarne o spregiarne un’altra? Come accade che ogni scienziato, filosofo, letterato o artista che sia, nel vecchio mondo, appena gusta i frutti dell’albero sacro, si crede l’unico; e smania di fare il deserto intorno a sè; e vuol dondolarsi nell’infinito, da solo, a cavalcioni del piccolo frammento del tutto che è suo; e diventa un dio iroso e crudele, che cerca di annientare e nega tutto ciò che è fuori di lui: il potere, di cui non fa parte; la ricchezza, se non la possiede; la tradizione, se è un uomo nuovo; la scienza, se è un artista o un filosofo; la filosofia e l’arte, se è uno scienziato; la giovinezza, quando è vecchio: il futuro, poichè egli vive nel presente? Perchè laggiù ogni ingegno, appena è fatto adulto, vuol provare a sè e agli altri la sua forza nascente, facendo una strage? Precipitarsi su quanti accanto a lui lavorano lo stesso campo, come su nemici mortali? Assalire le dottrine tutte che divergono dalle proprie, le scuole a cui non è ascritto, le tendenze da cui dissente, come se la varietà fosse un pericolo mortale nel regno del pensiero e della bellezza? No: noi Americani pensiamo che la verità è un tesoro nascosto, come l’oro della Vecchia Montagna che abbiamo visitata con l’amico Ferrero, nella dura roccia della ignoranza; che ogni uomo non può raccoglierne se non qualche pagliuzza con fatica infinita: perchè dunque rischiare di perdere l’oro, per rissare intorno al miglior modo di estrarlo, come voi fate? Noi vogliamo che lo spirito umano adorni il mondo con quanta maggiore bellezza può; e troppo della bellezza rispettiamo ogni forma — diteci pur barbari per questo, o orgogliosi Europei — per non sentirci tenuti a lasciar tutte le arti e tutte le opere del genio umano esser belle a modo loro; per osar di sforzarle a una bellezza impossibile e di nostro capriccio. Se questa è barbarie, d’esser barbari noi siamo fieri, o uomini del vecchio mondo!

La filosofia aveva per un istante sedati i moti del mare. E tutti prorompemmo, Europei e Americani, in applausi e grida di bravo! Questo soffio di profondo, sincero, universale amore del vero e del bello, che spirava dall’America, dal Brasile, dalla città adagiata in grembo alla foresta vergine, ci aveva tutti commossi. Ma gli applausi e le grida avevano interrotta la conversazione; e due camerieri, che da qualche tempo aspettavano in disparte, ne approfittarono, per entrar nel circolo, posare sul tavolo dell’oratore due vassoi carichi di bicchieri e accingersi a cavare i turaccioli di parecchie bottiglie di Champagne. Chi offriva era il signor Vazquez, un amico dell’Alverighi che viaggiava con lui. Era costui un uomo di cinquanta anni, piccolo e grassoccio; e apparteneva a quel ceto di ricchi possidenti argentini, intelligenti, industriosi, intraprendenti, che l’Europa così poco conosce e che da mezzo secolo, prevalendosi abilmente della copiosa immigrazione e del rincaro delle terre, vanno gettando un mantello di floride coltivazioni sull’immenso corpo della repubblica, ancor quasi ignudo mezzo secolo fa. Il Vazquez nella provincia di Mendoza possedeva terre accanto a quelle dell’Alverighi: e andava con lui in Europa per trovar mezzi a irrigarle e nel tempo stesso per tentare di aprire spacci di carne agghiacciata nei paesi dell’Europa continentale, che ancora si cibano di sola carne paesana. All’irrompere dei camerieri entro il nostro circolo parecchi si levarono in piedi; si alzò pure l’Alverighi e venne in mezzo a noi, mentre i camerieri incominciavano a mescere; ma lì fu subito aggredito di fronte, saettato da destra, bersagliato a sinistra.... La signora Feldmann gli dichiarò che aveva capito abbastanza bene, ma che la scena dello spettro, recitata da Mounet Sully alla Comédie Française, era meravigliosa; l’ammiraglio diceva che, a posto o fuori di posto, il famoso monologo era uno dei più bei squarci di poesia; la Gina difese Ofelia; il Cavalcanti cercò di spiegare con nuovi argomenti le contradizioni di Amleto.... E tutti parlavano con veemenza, quasi come chi ritorce un’offesa personale.

— L’ammirazione di Shakespeare è proprio ormai una religione universale — pensai.

Invano infatti il bersagliato critico cercava di rispondere a tutti, chè tutti parlavano ad una volta, l’uno troncando spesso con una nuova obiezione la risposta fatta all’altro. Stanco alla fine l’Alverighi si svincolò da quella ressa e voltosi al Vazquez alzò un poco il bicchiere che teneva in mano:

— È proprio squisito — dicendo in spagnuolo — questo vino.

Sorridendo il Vazquez mostrò di gradire il complimento: ma uno dei mercanti astigiani che, forse attratto dall’odore del vino, era comparso allora allora in mezzo a noi insieme con il dottore, rivolgendo il discorso in italiano all’Alverighi:

— È eccellente — concesse. — Non lo nego: io conosco però del Canelli che non ha nulla da invidiare a questo.... Lei non ci crede? Già, perchè è un vino italiano! Ma glielo vorrei servire con una fiammante etichetta francese....

— Tutti i popoli — disse con fare sprezzante l’Alverighi — vogliono ora fabbricar dello Champagne: anche gli Argentini! È il solo prodotto cattivo dell’agricoltura argentina.

— Insieme con la carne in gelo — aggiunse imprudentemente il dottore.

Non l’avesse mai detto! Chè subito il Vazquez e l’Alverighi protestarono la carne agghiacciata essere la migliore del mondo; e se ne accese una discussione, che in pochi minuti divampò furiosa. Anche Shakespeare fu messo in disparte! E chi sa quanto tempo la nuova discussione avrebbe durato, se per fortuna ed in buon momento, inflettendosi d’improvviso a babordo, la nave non avesse fatto barcollare i disputanti e ruzzolar dal tavolo sul pavimento due bicchieri. Al rumore che fecero i cristalli infrangendosi ci voltammo tutti; l’ammiraglio uscì per dare un’occhiata al tempo; il mercante astigiano e qualcun altro lo seguì; la signora Feldmann ritornò a sedersi; gli altri a poco a poco la imitarono, tranne l’Alverighi che rimase in piedi, appoggiato e mezzo seduto sul tavolo, con le braccia conserte; e dopochè l’ammiraglio ritornando ci ebbe annunciato che ne avremmo sino all’alba, la discussione ricominciò per iniziativa del Rosetti, che sino ad allora non aveva aperto bocca.