— Io desidererei sapere — egli disse — una cosa: se lei ammira, sì o no, «Amleto». Perchè questa è la sola cosa che non ho capita. Ieri lei ha sostenuto che New-York è la più bella città del mondo; questa sera ci dice che la sua architettura può essere raffrontata a un dramma shakespeariano; ma dopo aver fatto una critica spietata di questo dramma. Se «Amleto» è un brutto dramma, anche New-York dovrebbe essere una brutta città, mi pare....
Il Rosetti, che aveva davvero capita l’argomentazione dell’Alverighi, la colpiva in una congiuntura vitale. Ma l’Alverighi sorrise con un fare sicuro, come chi ha pronta la risposta:
— Benissimo, ci siamo — egli disse, incrociando le braccia. — Lei ha ragione: questo è il punto capitale. Il signor Cavalcanti cita come esempio l’americano che ammira le due forme opposte dell’arte, quando ci sono, mentre l’europeo ne ammira una e disprezza l’altra; io penso invece che ciascuno deve esser libero di far quel che gli piace: ammirarne una sola, tutte e due, nessuna. Ieri sera ho sostenuto che New-York è la più bella città del mondo, così, per spirito di contradizione: ma riconosco che chi voglia può sostener l’opposto con argomenti egualmente buoni.
E qui si volse al Cavalcanti.
— Io le chiesi ieri sera in nome di qual principio o criterio lei poteva affermare che New-York è brutta. Orbene: ci vuol poco a vedere che questo principio o criterio non c’è: che di un’opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, che è bella e che è brutta, che è un capolavoro ed un orrore. Per esempio: uno scrittore è limpido e chiaro? Se lo voglio vilipendere, lo accuserò di essere superficiale, dozzinale e giornalista. Uno scrittore è oscuro? Dirò che è profondo, trascendente, pieno di sensi arcani, se lo voglio ammirare. Viceversa: se un poeta, se un romanziere, se un musico profondo quanto l’Oceano che traversiamo, mi è a noia, chi mi potrà impedire di accusarlo di esser pesante, oscuro, involuto? Il carattere di Amleto è oscuro e contradditorio, dico io. Ma che!, mi risponde lei. È profondo. La prima scena di «Amleto» è superflua, io dicevo, anzi dannosa, perchè smorza l’effetto della scena seguente, in cui lo spettro del padre apparisce al figlio. Lei mi ha risposto: anzi l’accresce, preparandola: è quindi necessaria. L’ultima scena del secondo atto è difettosa, perchè, aggiungevo io, non è preparata. Anzi, mi ha replicato lei, perchè non preparata, sorprende e quindi commuove maggiormente il lettore. Nel ragionamento mio la preparazione una volta era un difetto e una volta un pregio: nel suo invece inversamente era un difetto e un pregio l’impreparazione. Ieri sera ci accapigliammo per New-York e Parigi, come stasera per «Amleto»: ma è chiaro che in tutte le arti, l’armonia della composizione, la studiata proporzione delle parti può esser tacciata di compassata freddezza: viceversa, un’arte impetuosa, traboccante, ineguale può esser giudicata barbarica, lutulenta, grossolana. Petrarca e Victor Hugo: Racine e Shakespeare: Parigi e New-York. Insomma chiunque abbia un po’ di cervello non è mai a corto di buone ragioni per dimostrare che quel che gli piace è bello e quel che gli dispiace è brutto. Ne vuole una ultima prova? Ho qui la traduzione dello Shakespeare fatta dal Rusconi; alla fine di ogni tragedia c’è il giudizio degli Schlegel: stia a sentir che cosa dicono di «Amleto».
— Roba vecchia, gli Schlegel! — interruppe il Cavalcanti. — Se lei cerca il vero Shakespeare negli Schlegel!
— Poco importa — replicò l’Alverighi. — Ogni critico che sopraggiunge crede di esser lui il primo a capire e a scoprire il suo autore; per me valgon tutti egualmente, cioè zero; ma in questo caso c’è un fatto che non è una opinione: ed è che gli Schlegel sono stati i grandi impresari della gloria di Shakespeare in Europa, un secolo fa. Stia dunque a sentire quel che dicono cotesti signori. «L’Amleto è unico nella sua specie: è la tragedia del pensiero. Ispirata da meditazioni profonde e non mai compiute» (cioè, direi io, senza capo nè coda) «sul destino umano e sulla buia confusione degli avvenimenti terrestri, essa eccita le medesime meditazioni nell’animo dello spettatore. Un’opera tanto difficile somiglia a quelle equazioni irrazionali che non si possono mai sciogliere, e in cui resta sempre una frazione di grandezza sconosciuta». Non esprimerebbe lo stesso pensiero, ma nella forma inversa, chi dicesse che la tragedia è spropositata, incomprensibile e assurda? Continuiamo. «Nessun pensatore che lo esamini potrà concordare interamente con quelli che lo precedettero nella sua maniera di considerare il senso di ciascuna parte e la loro congiuntura». In altre parole: oscurità e imprecisione. «Ciò che sopratutto deve recar meraviglia è, come un’opera, ove son tanti disegni nascosti e la cui base giace in tanta profondità, sembri fatta, a prima giunta, per piacere alle moltitudini». Un nemico direbbe che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna, lardellato a caso di tirate filosofiche. E lo dice anche il nostro critico, sul finire del giudizio, ma a modo di elogio, perchè a lui questo pasticcio indigesto di fattacci sanguinari e di filosofia fuori di posto, gli piace! «Il poeta si perde con il suo eroe in un labirinto di pensieri che non hanno nè capo nè fine, e il cielo medesimo sdegna di rispondere, per mezzo degli avvenimenti, alle domande che gli vengono rivolte.... I colpevoli è vero, sono alla fine puniti, ma solo per una specie di caso....» Cioè le azioni e i discorsi sono nel dramma egualmente incoerenti ed assurdi. Chi si contenta, gode!
E chiuse il libro di colpo.
Il Cavalcanti tacque un istante, quasi per accertarsi che l’Alverighi aveva finito; e quindi:
— Ebbene? E ne conchiude?.... — interrogò, breve e tranquillo.