— Che cosa conchiudo? — replicò un po’ impazientito l’Alverighi. — Ma quante volte lo devo ripetere? Ne conchiudo che quella che noi chiamiamo la bellezza delle cose non è una loro qualità intrinseca ma una nostra opinione; e che quindi non c’è autorità al mondo che possa decidere se New-York è bella o è brutta....
Il Cavalcanti si strinse nelle spalle e:
— Perchè i nostri ragionamenti sul bello — disse — sono fallaci? Ma lei dimentica, mi pare, che l’arte è un sentimento, non una idea o una teoria.
Volgendo a caso in quel momento gli occhi, vidi la signora Feldmann che, appoggiato il gomito destro sul ginocchio, reclinata la fronte sulla palma della mano, le aveva fatta del braccio colonna; e l’ammiraglio la guardava. Intanto il Cavalcanti continuava.
— Non le è mai capitato, vedendo un quadro, ascoltando una musica, leggendo una poesia, osservando un paesaggio, impreparato, non prevenuto, sgombro da ogni preconcetto, di sentirsi prorompere dal fondo dell’anima il grido: quanto è bello! Non ha anche lei provata, davanti al camposanto di Pisa, al colonnato di San Pietro, guardando l’«Amor sacro e profano», leggendo una lirica di Victor Hugo, una gioia, una delizia, un rapimento, quasi un breve delirio di piacere, pronto, impensato, intimo, spontaneo, liberissimo? Ma la bellezza, è quella; è quel non so che, che nelle opere d’arte, in certi oggetti della natura, ha la virtù di suscitare in noi, immediatamente, questo fremito di piacere. Lei stesso del resto dicendo che bello è quel che piace, non ha forse ammesso che la piacevolezza è l’essenza dell’arte? Lei mi chiederà perchè questi oggetti e queste opere hanno questa virtù. Mistero! In che consiste propriamente questo piacere? Mistero! Ma il piacere che noi proviamo non è una illusione; chiunque ne può far fede: è una delle poche cose di cui noi possiamo esser sicuri, appunto perchè è un sentimento: perchè noi non conosciamo la vita se non in quanto la sentiamo.... Il ragionamento può chiarire o annebbiare il sentimento del bello, come ogni altro sentimento; non può nè generarlo nè spegnerlo. Ragionate quanto volete; il piacere che io sento davanti alla Venere di Milo, lo sentirò sempre. E sinchè lo sentirò se altri ragiona, argomenta, sofistica il pro ed il contro intorno alla bellezza di Venere, pazienza! La autorità, io la porto dentro di me, infallibile! Lei è un filosofo; e non occorre che queste cose gliele spieghi a lungo....
— Io non sono un filosofo, sono un uomo che non ha tempo da perdere, neppure a bordo del «Cordova» — replicò un po’ brusco l’Alverighi. — E perciò, senza tante circonlocuzioni, le dico: siamo d’accordo: il bello è un quid che ci dà un piacere, quasi direi per immediato contatto.... Ma che piacere è questo piacere? «That is the question», come dice proprio Amleto; e io non mi contento di rispondere, come fa lei: mistero! Io mi domando: è forse quel piacere che nasce dal bisogno? No. Un bisogno innato o acquistato per abitudine è anch’esso un quid che genera piacere e dolore: piacere quando è soddisfatto; dolore quando non è soddisfatto. Ora l’arte ci dà piacere quando la possiamo godere, ma non soffriamo invece, quando ci manca: quindi non è un bisogno; e per questo anzi gli uomini la amano tanto, perchè può esser fonte di piacere sempre, di dolore mai. Non le pare?
Il Cavalcanti mi parve esitare.
— Se però — osservò con una certa titubanza — lei leva di mano a un grande scultore il suo scalpello, o chiude in carcere un poeta senza penna e carta....
— No, non intendo questo.... All’artista che crea, l’arte è lo strumento della propria bravura: ne ha dunque bisogno, come il banchiere ha bisogno di denaro e il maestro di equitazione di cavalli.... Io parlo di chi gode l’arte. Supponga un uomo che sia ammiratore fervidissimo di Dante e nello stesso tempo arrabbiato fumatore come è, mi pare, il signor Rosetti; e che sia condannato al carcere per sei mesi con l’alternativa: o senza sigari o senza Dante.... Che cosa sceglierà?
Ridemmo tutti; e il Rosetti osservò scherzosamente che il fumare era più che un bisogno, era un vizio!