— Altra prova — continuò l’Alverighi. — Che cosa si giudica in arte: la qualità o la quantità? Il giudizio estetico è il giudizio qualitativo per eccellenza: non tiene conto mai della quantità: sempre, dovunque, in ogni arte una cosa bella avrà più pregio che cento brutte. Ma chi non sa che l’uomo discerne e gusta meglio le qualità delle cose, a mano a mano che glie ne scema il bisogno? Più ho fame, e meno fo differenza tra un rozzo pan di soldato e il più prelibato pasticcino: anzi vorrò piuttosto un grosso pane di soldato che uno squisito ma minuscolo pasticcino. Se nell’arte noi giudichiamo solo la qualità, se non teniamo mai conto della quantità è chiaro che non ne abbiamo bisogno. L’arte è dunque un piacere senza bisogno: ne gioisco, quando posso goderne, non soffro se ne son privo. Siamo d’accordo?
Infervorato nel suo discorso, l’Alverighi non si accorgeva che oltre il Cavalcanti, solo il Rosetti, impassibile come sempre, stava attento: gli altri non più, parte perchè un poco affaticati dalla sottigliezza di queste ultime controversie, parte perchè distratti dai movimenti della nave e dalla signora Feldmann, che si era di nuovo ridrizzata e sulla cui faccia si leggeva la stanchezza che precede il sonno. Non appena quindi il Cavalcanti ebbe assentito, senza badare agli altri, parlando a lui, subito l’Alverighi continuò:
— Appunto perchè l’arte è un piacere senza bisogno, un piacere disinteressato e libero, il piacere dell’arte è incerto, vago, nebuloso. Quando ho fame e mangio, sono sicuro che il mio pane è squisito. Il piacere che provo quando appago un bisogno è così intenso, che non dubito di quel che sento. Quanti dubbi invece, quando cerco di accertare che sorta e qualità di piacere certi oggetti e certe opere dell’uomo suscitano in me, perchè sarebbero «belle»! A certi momenti lo sento, quel piacere, a certi altri no, e questo mutamento non riesco a capire da che dipenda; qualche volta invece dubito se lo sento o non lo sento; mi par di sì, mi par di no; faccio uno sforzo per chiarire me a me medesimo e non ci riesco. Non di rado m’accorgo che non sono d’accordo con i miei simili: talora lo sento io e i miei amici, no; o viceversa. Lei mi dirà che occorre chiudersi in sè; intrinsecarsi, come diceva un mio vecchio professore di filosofia; ma quanti sono gli uomini capaci di ammirar soli una opera d’arte, disprezzata da tutti gli altri? Urtata dall’altrui disparere, l’opinione mia vacilla; ho bisogno di puntellarla; e come posso puntellarla, poichè il sentimento è oscuro, se non ragiono? Ed ecco che l’incertezza del sentimento mi spinge a cercar di ammirare per ragionamento. Inquieto e scontento, afferro la lampada della ragione e con quella scendo nel fondo tenebroso della mia coscienza, per illuminare me stesso, a sapere se veramente quel che sento è bello! Disgraziatamente la ragione si burla di me; la sua lampada gira di continuo e mi confonde gli occhi con un barbaglio saltellante di ombre e di luci; le sue risposte sono ambigue come quelle della Sibilla; io non capisco più nulla....
— Mi pare che l’onda si faccia più grossa, — disse a questo punto, sottovoce, la signora Feldmann all’ammiraglio, aprendo a fatica gli occhi ormai quasi socchiusi dal sonno.
L’ammiraglio la guardò: le mormorò qualche parola all’orecchio; si volse a guardare il Cavalcanti.... Avrei detto che stava per levarsi e interrompere la discussione; quando il Rosetta mosse una breve domanda:
— Ma quale sarebbe allora, secondo lei, l’ufficio della critica?
— Critica ed estetica? — rispose l’Alverighi. — Ma sono mestieri buoni per i ciarlatani, i quali hanno la faccia tosta di dare ad intendere che essi sanno ciò che è bello e ciò che è brutto....
Ma a questo punto l’ammiraglio ruppe gli indugi, perchè la signora Feldmann cascava dal sonno. Trasse l’orologio e:
— Signori, — disse, — sono le undici e mezzo. Non abusiamo della pazienza di queste signore. Abbiamo due settimane di tempo per terminar questa discussione.
Ci levammo tutti; ma l’Alverighi raggiante di gioia. Gli si leggeva in faccia l’esultanza di aver potuto finalmente sfogarsi, e vittoriosamente sfogarsi: perchè egli era rimasto, sino all’ultimo, padrone del terreno. Scendendo infatti la scala dietro l’ammiraglio, che dava il braccio alla signora Feldmann, lo udii dirle: