— Eppure, pur troppo, è così, signora: in Brasile lei incontra già qualche giovane che giudica New-York più bella di Parigi. Non sono molti, no, ancora, ma....

E non aggiunse parola. La signora sbadigliò.

VI.

— Ma perchè doveva nascer proprio in quella testa e a Rosario, sulle sponde del Paranà, questa idea? — mi chiedevo, poco dopo, spogliandomi.

E nella piccola cabina rivedevo con gli occhi della mente il magno fiume fluir lento e giallo, sotto il grande arco azzurro del cielo, nella pianura solitaria, tra le sponde lontane e basse, verdi e deserte, a destra e a sinistra. Che l’Alverighi avesse ragionato meco a lungo, sulle rive del Paranà, delle ricchezze dell’America e del progresso del mondo, non mi meravigliava: strano invece mi pareva che avesse ragionato, e non male e originalmente, dell’arte e della bellezza a bordo del «Cordova». Poichè tra le molte e bizzarre cose dette da lui quella sera, una verità, risplendeva allora, a ripensarci, così semplice e così luminosa ai miei occhi, che non potevo capacitarmi come a nessuno fosse venuta in mente prima che a lui. Invano infatti frugavo nei ripostigli della memoria, se per caso qualche gran luminare della filosofia paesana o straniera non l’avesse già scoperta da un pezzo: no, in nessun libro antico o moderno mi era accaduto mai di leggere un simile pensiero: eppure era vero, verissimo, che l’arte è un piacere senza bisogno, di solito incerto, vago, malsicuro, oscillante: che oggi lo sento, domani no: che all’uno pare, all’altro non pare: che va e viene misteriosamente: e gli uomini invano si sforzano di precisarlo, di chiarirlo, di metterlo in comune con il ragionamento, spiegando e giustificando altrui quel che sentono e perchè lo sentono. E vero era anche che di ogni opera d’arte la ragione può dimostrar quel che essa vuole: che non ci è mezzo alcuno di definire tra due contendenti ostinati nessun litigio intorno al bello ed al brutto.... Spensi il lume e ripensai a lungo a queste cose: e a poco a poco, la gloria di tanti capolavori ammirati, il ricordo del piacere ricevuto da tante opere del genio umano, i canoni e i principii d’arte professati di solito con prepotente alterigia parvero sciogliersi in una ondeggiante incertezza, che si distendeva come una nebbia sulla faccia del mondo, confondendo ogni cosa. Effetto forse, non dei soli discorsi dell’Alverighi, ma anche, dell’ozio senza rimorsi che mi ammolliva, e del vino offerto copiosamente dal Vazquez; chè il vino sembra aver su me lo strano potere di affievolire la certezza dei pensieri più saldi, di distaccarmi quasi direi dalla realtà delle cose, di incalzare la mente all’infinito di perchè in perchè verso l’introvabile ultimo appoggio e sostegno di tutte le cose!

— No, — conchiusi anch’io — noi non possediamo nessun metro per giudicare la bellezza delle cose: tutte le misure che crediamo di avere fabbricate sono fallaci, soggettive, illusorie. Bello è quel che piace. L’arte non contiene altra verità che questo vago, mutevole e soggettivo piacere senza bisogno.... La formola è ingegnosa, anche se viene da Rosario....

Il mattino dopo, quando, verso le otto e mezzo, uscii dalla cabina il mare era calmo e il tempo sereno. L’ammiraglio aveva indovinato. Ma il ponte era ancora deserto. Il «Cordova» era un vapore piccolo a paragone dei moderni colossi oceanici: stazzava meno di cinquemila tonnellate e non poteva ricevere più che settanta passeggeri di classe, come si dice nel gergo marinaresco; anzi in quel viaggio ne ospitava soltanto una trentina. Poca brigata, quindi, e vita, se non beata, tranquilla: scarso il giuoco e poco rumoroso: raramente protratte oltre le due del mattino le veglie: innocente e languido il corteggiare. Passeggiai un po’ di tempo, solo, ripensando alle discussioni del giorno prima, alle mie farneticazioni della sera: poi entrai nel refettorio dove l’Alverighi faceva colazione, mentre i camerieri, in giacca di tela bianca, ordinavano la sala.

— L’America si è fatta onore, ieri sera — dissi scherzando. E non senza una punta di ironia, gli chiesi come, in mezzo alle sua faccende, a Rosario sul Paranà, nei suoi vagabondaggi attraverso l’Argentina avesse ancora avuto il tempo e la voglia di meditare sul bello assoluto, sui bisogni che generano piacere e sui piaceri senza bisogno....

Sorrise furbescamente; e:

— Io? — disse. — Ma queste cose le ho imaginate tra venerdì sera e sabato mattina.... Laggiù, non ho tempo.... Ma venerdì sera mi stizzì di sentirvi tutti a dire che New-York è brutta, brutta, brutta! Sarebbe poi la fine del mondo, anche se fosse brutta? La mangiamo noi forse, la bellezza? E ho voluto mettervi tutti nell’impaccio.... Ora a voi saltarne fuori. Ma quanto è facile fare una teoria filosofica! Se fosse così facile far dei milioni!