In terra ferma non avrei lasciata passar senza protesta questa uscita. Ma l’ozio senza rimorsi mi ammolliva: feci vista di non sentire; e continuai a scherzare: quando a un tratto deviando il discorso:

— A proposito, — disse — sa che quel signor Rosetti è un uomo intelligente? Abbiamo ragionato ancora un po’ prima di andare a letto; e mi pare che siamo d’accordo.... Lei lo conosce, credo....

Gli raccontai allora in succinto la vita del Rosetti. Nato a Forlimpopoli in Romagna, nel 1840, era stato preso nel 1860 dalla prima leva militare che il governo italiano aveva indetta negli Stati pontifici, e mandato a servire a Torino, nell’arma del genio, nella vecchia caserma di via dell’Arcivescovado, dove aveva conosciuto mio padre, che anch’esso allora serviva. Aveva potuto, pur servendo, iscriversi nella scuola di applicazione, e, nel 1865, poco dopo essere stato congedato dall’esercito, si era laureato ingegnere; ma subito era stato chiamato dal governo argentino che allora cercava in Italia professori per la sua nuova Scuola Politecnica; e a Buenos-Aires, per venti anni, dal 1865 al 1885, aveva insegnate le scienze fisico-matematiche nel Politecnico e la fisica nel Collegio Nazionale; avendo a scolari quasi tutti gli uomini che oggi governano l’Argentina, e compiendo importanti lavori di ingegneria. Aveva dunque potuto accumulare un ragguardevole patrimonio, e a quarantacinque anni ritornare in Europa, riccamente pensionato dalla gratitudine del governo argentino; disporre la sua vita con decorosa e signorile semplicità — una casa a Milano, una bella villetta a Bellaria, presso Rimini; — e poi darsi liberamente agli studi, aggiungendo alle matematiche e alle scienze fisiche, la storia, l’archeologia e la filosofia; leggendo libai di ogni qualità e sopratutto meditando per conto suo, fuori degli interessi mondani e delle dotte congreghe, sugli uomini e sulle cose del mondo. Io l’avevo conosciuto a Milano, nel 1897, — il Rosetti era cognato di Ernesto Teodoro Moneta: egli mi aveva voluto bene ed io lo avevo ricambiato di pari affetto, ammirandone la profonda bontà, la dolcezza e serenità imperturbabili, la incomparabile semplicità e saggezza, e quel sapere egualmente schivo di fare sfoggio o commercio di sè....

— È uno degli italiani — conchiusi — che hanno fatto maggiormente amare e rispettare l’Italia laggiù. Ed è un filosofo, ma a modo suo e d’altra specie che tutti noi uomini di pensiero e di penna. Noi viviamo ormai sulle nostre idee come il pastore sul suo gregge e dobbiamo mungerle ogni mattina e tosarle ogni tanti mesi. Egli invece è libero e disinteressato....

— Quanto è grande la virtù dell’America! — esclamò subito, pettoruto, l’Alverighi. — Lo vede? Perchè se fosse rimasto in Europa, sarebbe anche lui, oggi, un animale da soma o da tiro, in qualche pubblica amministrazione. E poi dicono in Europa.... — Tacque un momento, e quindi: — Abbiamo ragionato un po’ anche della discussione di ieri sera, prima di andare a letto. E mi ha dato ragione.... Anzi sa come mi ha proposto di chiamare i giudizi estetici? Rovesciabili. Mi ha detto che di ogni opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, perchè i giudizi estetici sono tutti rovesciabili. Sicuro. La formola mi piace. Il bello e il brutto si possono capovolgere l’uno nell’altro come si vuole: ogni pregio può diventare un vizio ed ogni vizio un pregio, purchè il ragionamento lo rovesci. Ben trovata, per Bacco!

Mi domandò infine come mai il Rosetti si trovasse sul «Cordova». Gli spiegai che ritornava in Argentina ogni due o tre anni per certi suoi interessi; e che questa volta aveva aspettato il «Cordova» per far da Rio a Genova il viaggio con me.

Lasciato che l’ebbi, e non avendo trovato nessun conoscente, oziai sino all’ora di colazione per i due ponti, leggicchiando, guardando il mare, rimuginando questi pensieri, chiacchierando con i passeggeri, che a poco a poco uscivano dalle cabine, tutti ormai in abiti estivi. Mi fu dato così di udire il Levi, il mercante di gioie, dir nel vestibolo della sala da pranzo a tre signore:

— Sicuro, pare che sia proprio la moglie di un miliardario. L’avevo detto io del resto.... se ne ricorda lei?... venerdì sera. Già noi gioiellieri.... Dateci le perle o i diamanti di una donna e vi diciamo subito chi è!

Parlavano della signora Feldmann, naturalmente, e sognavano: perchè il Feldmann era, sì, un abilissimo finanziere e direttore di una potentissima, banca di New-York, un uomo denaroso, quindi; ma non avevo inteso nessuno a New-York assegnargli uno di quei patrimoni giganteschi del nuovo mondo, che gli uomini del vecchio si compiacciono di ingrandire ancora in imaginazione, forse per consolarsi della piccolezza dei propri averi! Ma non mi stupii che la mia tacita predizione del giorno prima si avverasse. Altre storielle incominciavano a girare per il vapore; poco prima di colazione, la moglie del dottore e la bella genovese mi dissero, serie serie, che le calze che la signora Feldmann portava costavano mille lire il paio!

A colazione così il Cavalcanti come il Rosetti mancavano; e ci perdemmo in discorsi frivoli. Dopo colazione e prima della siesta, mentre fumavamo, trassi in disparte l’ammiraglio e gli raccontai quel che si diceva sul conto della signora Feldmann. Si mise a ridere, e: