— Non le sembrano, tutta questa gente, dei bambini con tanto di barba che giocano: questa pantofola è un cannone, questa granata una principessa, questa seggiola un palazzo?
Tacque un istante, poi repentinamente:
— Signor Ferrero, — disse — da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico; noi non ci raccapezziamo più.... Le ricchezze dell’America hanno fatto dar di volta ai cervelli.... Turbato tutto nel mondo: l’equilibrio delle fortune, come l’equilibrio delle idee.... Ha veduto, ieri sera? Piuttosto di ammettere che New-York è una brutta città, quell’avvocato è pronto a dar fuoco al mondo intero! Perchè l’America è ricca, New-York non può essere brutta. Ma io mi guardo intorno trasecolato. Nessuno dunque si ricorda più che gli uomini sentono di appartenere a una nazione, perchè parlano la stessa lingua, leggono nelle scuole gli stessi classici e ammirano gli stessi grandi uomini? Dove andremo a finire se il primo venuto può dire che la scultura greca è brutta e New-York bella? C’è forse nazione senza storia e senza letteratura? I grandi uomini sono i nostri santi, oggi: chi vuol dare a ogni uomo la libertà di giudicare come gli piace i capolavori dell’arte e della letteratura, semina l’anarchia!
Mi volsi a guardare il mio interlocutore non senza meraviglia. Come mai un ammiraglio — e americano e così taciturno di solito, per giunta — pensava e diceva con tanta semplicità delle cose così inaspettate e profonde? Erano tutti filosofi, a bordo del «Cordova», anche gli ammiragli? Non dissi nulla; ma ripensai a queste gravi parole cascate come dal cielo, durante la siesta.... E subito caddi in un dubbio grande e forte.... Come imporre a tutti il giudizio medesimo, quando manca un criterio universale del bello? Dubbio così forte che, non potendo scioglierlo, lo esposi verso le cinque al Cavalcanti sul ponte di passeggiata a babordo. Fremente a perdita di vista di piccole onde bianche, l’Oceano già deponeva, all’avvicinarsi della sera, il fulgente velo del pomeriggio, incupendo; lo splendore del giorno pareva salire in alto, raccogliersi negli spazi celesti, ripieni di una gioconda serenità, sfolgoranti in ogni parte di nuvole chiare, rosse, dorate: appoggiati alla ringhiera noi discorrevamo, a voce bassa, sotto il vento che a intervalli soffiava vigoroso sui nostri capi, tacendo ogni tanto per guardare, tra quella luce che s’incielava e quell’ombra che affondava nel mare, la solitudine delle acque, che defluiva come un fiume alla nostra sinistra. Il Cavalcanti ascoltò i miei detti; poi:
— Certo — disse — ammirar la bellezza di un’opera d’arte vuol dire sentirla; e chi la vuol sentire davvero, non deve ragionare troppo. L’ammiraglio dice bene; e l’avevo detto anche io, ieri sera, con parole diverse. Tuttavia non posso non riconoscere — per quanto ieri sera l’abbia combattuto — che anche l’avvocato ha ragione, in una certa misura. L’uomo è naturalmente trascinato dai suoi infiniti dispareri intorno al bello a cercare le ragioni di quel che sente: e allora incominciano i guai. A furia di voler scavare e frugare sotto le fondamenta della casa in cui viviamo, per vedere se posano sul solido, noi rischiamo di far cascare la casa: lo so. Ma come si fa? L’uomo ha bisogno di sapere. E poi frugando e scavando scopre tanti tesori nascosti....
Il Cavalcanti tranquillava le sue inquietudini con il comodo aforisma di cui tanto usa ed abusa l’ottimismo moderno: l’universo si controbilancia! Ma non rassicurò me. Pensai che ci sarebbe stato tanto ma tanto da ridire su questo argomento! Ma impegnare una discussione ripugnava alla mia crescente pigrizia: e ci rinunciai! Un soffio di vento si precipitò tra di noi sibilando, ci assordò, disperse le nostre parole, sembrò quasi strapparci l’uno dal fianco dell’altro; sinchè mugolando si perdè sul mare inquieto. Parve allora a noi come se ci accostassimo di nuovo l’uno all’altro, ma un po’ storditi dalla raffica non ripigliammo subito il discorso. Il Cavalcanti contemplava silenzioso il mare; poi facendo con il discorso un salto repentino:
— Acqua, nuvole, vento! oggi come ieri, come domani, come sempre — disse accennando l’orizzonte. — Sempre quel circolo chiuso, eguale a sè medesimo in ogni parte, tutto instabile e mobile! Non pare anche a lei che l’Oceano impicciolisca in quel circolo? Curioso fenomeno, però! L’acqua anima tutti i paesaggi terrestri, perchè è il principio mobile in mezzo alle forme immutabili delle montagne e delle pianure. Ma nell’Oceano, quando le forme immote della terra sono uscite dalla vista, questo muoversi incessante delle onde rassomiglia all’eterna immobilità di un deserto. No: l’Oceano non è una immensità viva, ma una solitudine morta, perchè muta sempre e non v’è nulla in esso che resti immutato.
Tacemmo di nuovo: piccoli soffi di vento svolazzavano intorno a noi; le nuvole si accendevano nell’alto dei cieli di fiamma più viva e il deserto del mare maggiormente incupiva; dalle terze classi giungevano dei canti, che il vento poi disperdeva. Mi voltai. Il ponte era vuoto; un ufficiale lo attraversava frettoloso; poco lungi da noi, un marinaio lento e senza rumore spennellava di bianco il tetto. Raccontai allora al Cavalcanti che meraviglia avessi provata a sentir l’ammiraglio filosofare a quel modo.
— Ma non ne indovina la ragione? — mi chiese, sorridendo, il Cavalcanti. — Su via, rifletta un poco, lei che è stato a Rio.... L’ammiraglio è un comtista!
Osservammo allora che c’erano a bordo parecchi passeggeri provvisti di studi e cultura; il che trasse me a parlar del Rosetti e a ripetere al Cavalcanti ciò che avevo già raccontato la mattina all’Alverighi. Indi il discorso trapassò agli altri compagni di viaggio. Il Cavalcanti li teneva tutti d’occhio: nè me ne meravigliai, perchè l’osservar mosse e figure era per lui che scriveva romanzi un passatempo gradevole e un buon esercizio. Parlammo dunque dei mercanti astigiani prima e poi di quella giovane coppia che avevamo incontrata sul ponte la prima sera, lui grassoccio, piccolo e bruno, lei magra, alta e bionda. Il Cavalcanti mi raccontò che il giovane era un argentino di Tucuman, recatosi tre anni prima a studiare ingegneria nell’Università d’Ithaca....