— Nello Stato di New-York? — interruppi. — E che bisogno aveva di correre fin lassù per imparare a fabbricar delle case?

— Glielo ho chiesto anche io, ieri. Abbiamo conversato insieme una mezz’ora, in inglese. E sa che cosa mi ha risposto? Gli Stati Uniti sono il paese che negli ultimi trenta anni ha trionfato nelle industrie e negli affari....

Ripensai alla frase dell’ammiraglio: «il mondo da venti anni non gira più sull’asse antico....», mentre il Cavalcanti continuava a raccontarmi che il giovane, andato in America a cercare il sapere, ci aveva intanto trovata una moglie: una giovane, che essa pure studiava ad Ithaca. Ritornavano allora a Ithaca, dopo aver fatto visita alla famiglia di lui. Trapassammo infine alla signora Feldmann. Io gli riassumetti ciò che essa mi aveva raccontato di New-York; e gli dissi di non poter capacitarmi che fosse maritata da ventidue anni. Egli mi rispose che, avendola vista solo qualche volta, lei e suo marito, a Rio, a ricevimenti, poteva dirmi solo che aveva una figlia maritata e doveva esser più vicina ai quarantacinque che ai quaranta. Quando ad un tratto:

— Che gatta ci covi, come dite voi Italiani? — esclamò. — Suo marito è sparito da Rio all’improvviso, tre mesi sono; lei è partita da un giorno all’altro, come chi scappa.... Se no, non viaggerebbe sul «Cordova». E poi, per qual ragione ieri la signora le ha fatto tante domande intorno ai divorzi americani? Non vorrei che lei, senza saperlo, le avesse suggerito il modo di sciogliere alla chetichella le catene coniugali....

— Per questo non c’è pericolo — risposi. — Ho esagerato, ieri sera.... Dei divorzi a quel modo se ne fanno in America, tra gli immigrati, randagi e mezzo anonimi. Ma una signora appartenente alle alte classi.... Non credo che potrebbe evadere dalla prigione del matrimonio per quella via....

— Davvero? — chiese il Cavalcanti. — A ogni modo interrogherò il Guimarâes. L’ammiraglio deve sapere: è amico intimo della famiglia....

Così favellavamo sul ponte deserto, chini sul fiume Oceano, tra i soffi intermittenti del vento che ogni tanto pareva strapparci di bocca le frasi e i pensieri, per disperderli in furia, simili a foglie, sulle mobili onde del mare. Ma a questo punto il Cavalcanti si ricordò che a quell’ora ignorava ancora quanto cammino la nave avesse percorso il dì precedente. Andammo dunque a tribordo, dove cinque o sei passeggeri giuocavano, strillando e ridendo, alle piastrelle: leggemmo sull’apposita carta geografica che in quel giorno, a mezzo del giorno, eravamo giunti a 16 gradi e 4 minuti di latitudine, cioè all’altezza di Sant’Elena e a 37 gradi e 22 minuti di longitudine: facemmo alcuni giri intorno al ponte; e già stavamo per lasciarci, quando alzando gli occhi verso ponente:

— Guardi, guardi, Cavalcanti, — gridai, — laggiù all’orizzonte! Le Alpi!

Il vento in quel momento taceva; e a ponente, dolcemente grigia sotto l’immenso rosseggiare del vespro, sorgeva dalle acque simile alle Alpi tante volte osservate — unica bellezza! — in Torino al tramonto dalla piazza d’Armi, una lunga catena di monti, dentata di punte, di picchi, di cuspidi senza numero, sormontata a sinistra dalla grande piramide aguzza di una montagna più alta: monti di nebbia e di fiamma, oscuri e lucenti, levatisi al soffio leggero del vento, per un’ora, sul confine del dì e della notte; catena sconosciuta, che nessuno dei piccoli uomini randagi sull’Oceano aveva salutata prima o saluterebbe dopo di noi; ultima frontiera della solitudine oceanica ed ultima tappa del sole nel suo viaggio solitario verso i regni della notte. Sorpresi, abbagliati, quasi commossi da quella sfolgorante illusione, apparsa all’improvviso sul mare e sul cielo, a ricordarci la terra, sostammo ammirando. Ed ecco, di nuovo, il vento soffiò sulla solitudine oceanica, lungo e tristo, e a quel soffio le prime stelle della sera, picciolette e timidette, palpitarono quasi accendendosi sull’estremo chiarore del giorno; e nell’ombra che da ogni parte avanzava, le lontane montagne e gli ultimi splendori del tramonto sfolgorarono più vivi; e per un momento l’anima mia rabbrividì di un fremito oscuro come se il vento spirasse, come se le stelle scintillassero, come se i fuochi del tramonto riverberassero dalle profondità dell’infinito. Poi il vento di nuovo tacque, di nuovo soffiò: di nuovo il giorno morente parve riaccendersi al suo soffio per oscurarsi poi al suo tacere; la catena delle misteriose montagne avanzarsi nella luce verso di noi e allontanarsi verso la notte, in cui doveva sparire.

Contemplato a sazietà quel meraviglioso capriccio della luce e del vento, ci separammo per prepararci al pranzo. Ma uscendo dalla cabina, dopo essermi ripulito, incontrai finalmente il Rosetti, che non avevo ancora veduto nella giornata. Discorremmo un po’ della discussione della sera precedente: e mi confessò che dava ragione all’Alverighi, perchè tutti i giudizi estetici, il bello e il brutto sono rovesciabili; si possono capovolgere a piacere. Il che trasse me a mia volta a ripetere a lui quel che l’ammiraglio mi aveva detto: chi concede agli uomini la libertà di giudicare i capolavori della letteratura e dell’arte, semina l’anarchia. Ma il Rosetti mi guardò sorridendo; e: