— Alla grazia, — disse — che paura! L’anarchia, addirittura! E perchè no la strage e il saccheggio? Già questi benedetti soldati! Appena mettono i piedi fuori dall’uscio della caserma....
— Se però i giudizi estetici si possono capovolgere — interruppi — ogni uomo dotato di intelletto potrà, mi pare, spregiare l’opera che altri considera un capolavoro, senza che si possa dimostrare chi ha ragione e chi ha torto. E allora ha ragione l’Alverighi: non vedo come si possa imporre nemmeno l’ammirazione di Dante o di Raffaello, in un’epoca che discute tutto liberamente, anche Dio....
— Ma Dio, poveretto, — mi rispose, sempre sorridendo, il Rosetti, — non dispone più nel mondo moderno nè di baionette nè di una cassa ben fornita. E senza oro e senza ferro, neppur Dio riesce a mantenersi in credito in mezzo a questa nostra perversa razza umana. L’arte invece....
— Ha delle baionette e dell’oro — di nuovo interruppi sorpreso — per mantenersi in credito? E quali? E dove? E quante?
Ma in quella suonò la prima campana del pranzo.
— Frattanto, — proseguì il Rosetti, — occorre andare a desinare. E tu sai che a tavola non mi piace di ragionare. Dopo pranzo, vedremo!
Il pranzo fu queto e tranquillo. Il dottor Montanari si lagnò degli emigranti: consigliando quanti credono nella bontà del popolo a fare un viaggio transatlantico in terza classe.... Ci disse, tra altre cose, che tra quelle povere vittime della iniqua borghesia commesse alle sue cure «molti ce ne sono che hanno il portafoglio meglio fornito del mio, che sarei un grasso borghese!» Terminato il pranzo ci disperdemmo. Una mezz’ora dopo, l’Alverighi ed io passeggiavamo sul ponte fumando e godendo la notte; ed io gli riferivo le oscure cose che il Rosetti mi aveva dette prima del pranzo, quando ecco il Rosetti ci venne incontro. Si mise in mezzo a noi, passeggiando sul ponte; e fatti pochi passi si volse all’Alverighi.
— Io vorrei — disse — porle un quesito a proposito delle cose dette da lei ieri sera, se lei me lo permette.... Lei ha dimostrato, ieri sera, che nè il sentimento nè la ragione non riescono a somministrarci una misura del bello che valga per tutti, che sia obbligatoria e universale....; e che quindi — questa conclusione non è sua, è mia ma spero che lei la approverà — è una prepotenza volere imporre agli altri il giudizio nostro su questa o quella opera d’arte. E la sua dimostrazione anche a me è parsa inoppugnabile, pur essendo semplicissima. Senonchè se, come lei dice giustamente, l’arte è un piacere senza bisogno, quindi non solo subiettivo, ma vago, poco sicuro, che va e viene, che si può sentire e non sentire, a seconda del temperamento, dell’educazione, del secolo, della generazione, del giorno, dell’ora, e perfino del minuto e dell’accidente, del caffè bevuto o del pranzo bene o mal digerito, se perciò è una prepotenza volere imporre agli altri la propria opinione: come spiega lei allora che ognuno pretenda che quel che sembra bello a lui debba parer bello a tutti gli altri, e voglia imporre altrui il giudizio che è così poco sicuro in lui stesso? Perchè, badi, io non voglio dire che così debba essere, come qualche filosofo dice e sostiene.... Io dico solo che così è: che, a torto o a ragione, gli uomini hanno anche questa ubbia. Si guardi dattorno, e se ne convincerà. Quante volte due persone che discutono intorno ad un’opera d’arte non finiscono di andar sulle furie? E invece di star ciascuno contento al suo parere, come sarebbe ragionevole, ognuno vuol che l’altro gli dia ragione, e lo compiange, lo canzona, lo maltratta, lo ingiuria; e qualche volta anche si sente pizzicare le mani; e una maledetta voglia di rompergli il capo, per versarci dentro la sua ammirazione. Della quale poi, se richiesto, non saprebbe render conto in modo soddisfacente....
L’Alverighi pensò un momento e poi:
— Ma è naturale. I critici e gli esteti hanno tante volte detto o gridato che chi non ammira e non odia quel che ad essi piace e non piace, è un imbecille, che il pubblico, poveretto, si è inferocito.