— La spiegazione è ingegnosa, — rispose il Rosetti: — ma un po’ vaga e semplice. Io vorrei, se mi permette, proporgliene un’altra.

— E io son tutte orecchie.

— Ieri sera — riprese il Rosetti — la discussione intorno ad «Amleto» fu per un momento interrotta da una discussione intorno alle carni agghiacciate dell’Argentina. Non rammento più chi disse che queste carni sarebbero cattive; e lei e il signor Vazquez protestarono. Dunque la stessa persona sosteneva che delle opere di Dante, di Sofocle o di Shakespeare si può pensare che sono brutte e belle; ma non voleva poi ammettere che si possano professare le due opinioni opposte intorno alle braciuole e ai filetti argentini. Il che, a parlare schietto, mi pare un poco strano. Perchè io riconosco, sì, che il sentimento del bello è incerto ed oscuro; ma non per ammettere che siano sicure e chiare le sensazioni del palato. Le ossa di Emanuele Kant fremerebbero nel sepolcro! Ora per qual ragione lei mi permette di giudicare a mio talento Shakespeare, e vuole invece poi impormi la sua opinione sulle braciuole argentine?

L’Alverighi si mise a ridere.

— La ragione mi par semplice e chiara.... Io ho delle estancias, e molte azioni di un grande saladero di Buenos-Aires, in minor numero è vero del Vazquez.... Se tutti nel mondo saranno ghiotti delle carni dell’Argentina, noi guadagneremo molti quattrini.... Anche per questo, andiamo in Europa!

— L’interesse dunque — rispose il Rosetti. — E non potrebbe succedere alcunchè di simile nell’arte?

— Nell’arte! — esclamò stupefatto l’Alverighi.

— Quello a cui io alludo non è forse un interesse solo — rispose il Rosetti: — ma sono molti e diversi interessi. Vediamo un po’. Innanzi tutto non c’è forse l’interesse nazionale? Ogni popolo mi sembra avere bisogno di ammirare un certo numero di scrittori e di artisti, per inorgoglirsi della propria grandezza. Non sarebbe forse questa la ragione per cui ogni Stato impone, con le scuole, l’ammirazione di certi classici? L’ammiraglio ha ragione: non c’è nazione nè patria senza una letteratura; e non esiste letteratura, senza glorie canonizzate ufficialmente. Ma non si ammirano, voi mi direte, soltanto opere d’arte paesane. È vero: ma perchè altri interessi ci muovono. Ammiriamo gli scrittori e gli artisti dei popoli amici, che ci possono aiutare; dei più forti, che si fanno temere: oppure ammiriamo scrittori e artisti forestieri pur di screditare scuole ed arti nostre più antiche, avversate per una qualche ragione, specialmente in tempi di guerre civili. La lotta tra il romanticismo e il classicismo, in Francia e in Italia, ne sarebbe forse una prova... Vi dirò di più: io credo che nel mondo dell’arte, possono molto anche gli interessi materiali. Ogni arte nutre molte persone; e queste devono sforzarsi di mantenere o di far venire in credito, come capolavori, certo opere, sotto pena di perdere il pane. Per esempio: oggi in tutte le lingue si traducono opere di tutte le lingue; pare a voi che questo gusto cosmopolita sia una pianta cresciuta da sè? Io direi che l’hanno coltivata gli editori, i traduttori e i critici che ne divorano i frutti non sempre saporiti. Il medesimo si potrebbe dire della musica e della pittura. I mercanti di quadri, per esempio....

Il Rosetti parlava lucido, semplice, pacato, con quel tono leggermente ironico che amava usare sopratutto quando parlava sul serio. E l’Alverighi ascoltava attento e in silenzio.

— Tuttavia — obiettò egli a questo punto — mi par difficile di negare che noi ammiriamo disinteressatamente almeno certe opere d’arte. Non si vedono forse dovunque uomini e donne spendere denaro, tempo, fatica per accreditare uno scultore, un pittore, un musico ancora oscuro, forestiero, lontano, che non hanno neppure veduto; per far conoscere autori morti da anni e da secoli? Quale interesse li moverebbe?